«Io, da operaia a parlamentare sono il simbolo di Falce&Carroccio»

da Milano

Emanuela Munerato, chiamiamo le cose con il loro nome.
«Non c’è altro modo di dirlo: è stata una botta di culo».
Da operaia a deputata senza passare nemmeno dal Comune.
«Ho 42 anni e la licenza media. Faccio politica nella Lega Nord qui a Lendinara, Rovigo, da dodici anni, ma non ero mai stata eletta nelle istituzioni».
Era decima nella lista alla Camera del Veneto 1. Un riempitivo.
«Hanno detto: ma sì, mettiamoci due donne in fondo».
Siete passate entrambe.
«Serviva almeno il 24 per cento, nella mia circoscrizione la Lega ha superato il 25».
Non se lo aspettava nessuno un simile exploit della Lega.
«La sera dei risultati sono crollata alle tre. Il giorno dopo alle 7.20 mi chiama l’onorevole di An Luca Bellotti e mi dice: sei stata eletta. Io pensavo scherzasse».
Alle 7.20 del mattino non si scherza.
«Sono stata subito travolta dagli inviti. Domenica ho dovuto prender ferie: alle 9 l’inaugurazione di un panificio, alle 12.30 quella di una chiesetta, poi due mostre...».
Lei lavora anche di domenica?
«Tre su quattro. Ho lavorato anche a Pasqua».
Vita grama.
«Tre turni dalle 14 alle 22, tre dalle 6 alle 14, tre dalle 22 alle 6».
Per uno stipendio di?
«Dipende dagli straordinari, comunque fra i 1.200 e i 1.300 euro al mese».
Adesso guadagnerà dieci volte tanto.
«Dicono di sì, vedremo».
Comprerà una casa nuova.
«Resto dove sono, io e mio marito stiamo ristrutturando una casetta».
Che dice suo marito?
«È esterrefatto».
Lui che fa?
«Ha una piccola fabbrica di liquori, un solo dipendente. Anni fa avevamo aperto un’enoteca, ho lavorato con lui per quattro anni, ma siamo stati costretti a chiudere, troppa concorrenza».
Lei ha fatto di tutto.
«Mio padre è morto che avevo 15 anni e due fratelli piccoli. Da allora lavoro: segretaria in un’azienda tessile che però dopo sei anni mi ha messa in cassa integrazione, cassiera in un supermercato per tre anni, caporeparto per altri tre in un’altra fabbrica, poi l’enoteca, adesso sono operaia tessile».
Non c’era da invidiarla, fino a ieri.
«C’è chi sta peggio. C’è chi guadagna 800 euro, ma per arrivare a fine mese ne servono molti di più».
Ma adesso va in Parlamento.
«Sono terrorizzata».
Dicono che quelli come lei finiscono a schiacciare un bottone.
«Questo assolutamente no. Io sono inesperta, ma imparerò. Voglio fare cose concrete per il mio territorio. Nel Polesine manca il lavoro, ci sono poche industrie, bisogna portarcele».
In politichese si dice: onorare l’impegno con gli elettori.
«Questo è certo. Ho già chiesto di poter continuare a seguire le assemblee sindacali della mia azienda, voglio mantenere un contatto con il territorio, avere sempre chiari quali sono i problemi».
Le assemblee sindacali?
«Io sono delegata Rsu, eletta nelle liste della Cgil, ma non iscritta a nessun sindacato».
Falce e Carroccio.
«È vero, sa? Le mie colleghe votavano a sinistra, ma questa volta hanno votato Lega».
Lei ha fatto campagna elettorale in fabbrica?
«Io ho fatto campagna elettorale in bicicletta, a volantinare anche sotto la pioggia, prima e dopo i turni. In fabbrica ci portavo gli articoli su quello che facevano i sindaci come Flavio Tosi, Giancarlo Gentilini, Massimo Bitonci. Sono loro i miei punti di riferimento. L’ordinanza di Bitonci sul reddito minimo degli immigrati va estesa a livello nazionale».
Magari ce la fate, la sinistra non c’è più in Parlamento.
«Mi spiace solo per Fausto Bertinotti: non condivido nessuna delle sue idee, ma è uno che ha sempre lottato».