"Io, padre antidroga. Ora per i giovani ci vuole ottimismo"

Raul Bova infiltrato (per davvero) tra i poliziotti. E nel suo "Sbirri" racconta la vita contro lo spaccio

Roma - Un giorno Raoul Bova e signora Chiara, genitori di due bambini di 9 e 7 anni, hanno visto in tivù un documentario durissimo: Cocaina. E sono rimasti colpiti da quel realmovie di Roberto Burchielli, milanese regista d’assalto, che ha documentato il G8, gli sbarchi a Lampedusa, le violenze domestiche e via attestando, pure in compagnia delle Iene. Il fatto è che la bamba, le paste, la keta, le anfe, cioè tutto l’ambaradam stupefacente pericolosamente diffuso sul nostro territorio, vengono venduti anche ai bambini, davanti alle scuole, a prezzi da paghetta. «Incredibile: dall’operaio alla commessa, tutti assumono droghe, in modo trasversale. E ciò è preoccupante», nota l’atletico Raoul, rilanciato in pista da Sbirri (dal 10 nelle sale in 200 copie), drammatico film d'azione, prodotto dai coniugi Bova e da Rti, in collaborazione con il ministero dell’Interno, che ha concesso la speciale sezione U.O.C.D. (Unità Operativa Criminalità Diffusa), con i suoi uomini, pronti ad arrestare spacciatori e consumatori di sostanze stupefacenti. E disposti a includere l’attore, col look da Serpico d’ordinanza, nei propri ranghi operativi. Ne è venuta fuori un'ora e quaranta di adrenalina in forma di edu-film dall’estetica anni Settanta. E un convincente spot antidroga, che potrebbe dissuadere i giovani a rovinarsi la vita (ma pure i vecchi non scherzano: aveva 71 anni la più anziana vittima italiana di overdose).

Caro Raoul Bova, come è entrato in questo progetto, che la vede anche produttore, formato famiglia?
«L’idea è stata di mia moglie. Ha fatto tutto da sola: ha contattato il regista, senza farmi sapere nulla in anticipo, anche perché sono molto impegnato e non avrei potuto stabilire un appuntamento e me l’ha fatto incontrare. Conoscendomi, sapeva che ne sarebbe nato qualcosa di valido: ero in cerca di un ruolo forte, per me».

Quanto ha contato, nella decisione di produrre «Sbirri», il fatto di essere genitori?
«È stata la spinta principale. Con Chiara siamo rimasti choccati da quel documentario sul mondo della droga, visto in tv. Però avevamo un’idea diversa: puntare su un cittadino qualunque, che si potesse trovare, come qui, nella situazione di perdere un figlio, per colpa della droga. Volevamo esplorare le emozioni, le paure, le ansie... Il 90% delle coppie si separa quando subisce la perdita traumatica d'un figlio».

Nel film, però, il suo Matteo Gatti, agguerrito cronista romano, non è proprio uno qualsiasi.
«Il personaggio è ispirato al giornalista de “L'espresso” Fabrizio Gatti, professionista abituato a infiltrarsi in vari ambienti, per le sue inchieste. Ma ho voluto inserire il personaggio di finzione nella realtà. E girando con la telecamera nascosta sotto la giacca, ho visto cose che mi hanno choccato. Dopo le riprese, tornavo in albergo con l'affanno: ho vissuto gli arresti in prima persona».

Sarà stato difficile girare, senza intralciare le operazioni di polizia.
«Siamo stati attenti a non far “saltare” gli arresti. Altrimenti, il mio amico poliziotto Angelo, protagonista anche di Cocaina, mi avrebbe menato. Entrare nelle case della gente, vedere le facce attonite di genitori perbene, che nulla sapevano del figlio drogato. Guardare quei visi, tra i sapori consumati d’una casa qualunque... C’era molta tensione».

Si parla di tagli alle forze di Polizia. Come vede la questione?
«È grave tagliare i fondi a chi combatte la criminalità. Questi tagli mettono in difficoltà i poliziotti. E la cosa mi fa incavolare. Con i tagli, i poliziotti saranno più soli».

«Sbirri» ha un chiaro intento educativo. Quale messaggio per i giovani?
«Un messaggio positivo. Troppi giovani si trovano in una fase, in cui mancano messaggi positivi. Ai giovani non diamo la possibilità di sognare, perciò vogliamo far vedere che cosa fa la polizia, per aiutarli quando sono in difficoltà. Vogliamo far vedere i poliziotti come persone positive della nostra società. È una sfida».