"Io come Pantani, ma salvato dagli amici"

Domenica il Gp d’Italia. Il campione del mondo ha 30 anni e fa il punto
su 14 stagioni vissute a 300 all’ora. "Nel 2007 sono stato massacrato di
critiche e ho pensato molto a Marco. Ma io non sono mai rimasto solo"

Valentino ha 30 anni. Per uno sportivo è l’età dei bilanci, quella un po’ strabica dove un occhio rimane fisso sulla sfida in pista mentre l’altro guarda al passato, a ciò che si è saputo dare, e al futuro, a ciò che sarà.

Valentino, corre da così tanto tempo che ormai non celebra più le vittorie ma il modo in cui le ha festeggiate.
Ride. «Già, la scenetta di Jerez... Ho rifatto la stessa gag 10 anni dopo. È bello perché vuol dire che vinco ancora; è brutto perché sono come un gruppo rock che fa la cover di un suo vecchio successo».

Ma per molti resta l’eterno ragazzo.
«Mi piace se pensano che sia ancora, non dico un novellino, ma quasi».

Si è dato una spiegazione?
«Sì. Penso di essere stato il primo a conquistare grandi risultati così giovane. Prima di me, nessuno aveva vinto tanto a 22 anni, per cui mi sono trovato a cavallo di due epoche: sono vecchio, ma non vecchio come quelli della generazione che mi ha preceduto; e non sono giovane come quelli di adesso... Insomma, ho davanti qualche altro anno per godermela».

La Ferrari minaccia di lasciare la F1; lei è un po’ la Ferrari del motomondiale. Che cosa succederà quando si ritirerà?
«Il campionato andrà avanti anche senza Valentino Rossi. Forse sarà diverso, perderà un personaggio che in tanti anni ha fatto appassionare o avvicinare molta gente. Sono però curioso di vedere se manterrà così tanti tifosi, se le gare resteranno appassionanti e spettacolari».

Anche perché di veri eredi non se ne vedono...
«E io sono contentissimo che non ce ne siano».

Ma è proprio così?
«Ci sono piloti forti che però credo non arriveranno a vincere quanto ho vinto io».

Un anno fa ci disse: «Il mio cruccio è avere la forza di riuscire a ritirarmi da vincente, da campione in carica». Pensavamo lo facesse subito dopo il titolo 2008.
«Che dicessi ciao?».

Sì, non ha avuto il coraggio.
«Non ho avuto il coraggio anche se avrei potuto smettere: avevo il contratto in scadenza. Semplicemente non ero ancora pronto. Il fatto è che, adesso, per me correre è molto più bello rispetto a qualche anno fa: perché sono organizzato come voglio io, ho attorno persone scelte da me... Mi sento ringiovanito di almeno cinque anni. Ora me la voglio godere. È un po’ come da ragazzi quando vai via di casa e non hai i soldi per averne una tutta per te: allora abiti con altri, c’è quello della camera accanto che è uno stronzo, quell’altro che ti rompe le scatole. Poi, ad un tratto, riesci a farti la casa tutta tua. Ecco, ora mi sento così».

Michael Schumacher, dopo il ritiro, è stato quasi dimenticato: non si era ritirato da vincente, da campione in carica.
«Le persone, chi più chi meno, alla fine ti scordano. Anche se la differenza, più che il tuo ultimo anno di corse, la fa ciò che hai lasciato umanamente durante tutta la carriera. Cassius Clay non è mai stato dimenticato, Schumacher, forse anche perché tedesco, ha dato un’impronta meno forte a livello umano. Non essere dimenticato dopo il ritiro sarà un traguardo importante».

Un anno fa Stoner, adesso Lorenzo.
«Anche quest’anno, dopo le prime gare, ho sentito dire “ma stavolta sarà più dura per Valentino...”. La verità è che non me ne frega più niente: cinque anni fa guardavo queste cose, leggevo, m’incazzavo, stavo a sentire ciò che diceva la gente... Adesso ho assunto una posizione di tipo Zen».

È solo cresciuto.
«E faccio il mio, so quanto mi impegno, so quanto do per essere sempre qui e quei commenti lasciano il tempo che trovano».

Il suo compagno, Lorenzo, sembra l’Hamilton di Alonso.
«Chissà... Però se fosse stato l’Hamilton di Alonso mi avrebbe dato la paga già lo scorso anno. Comunque, il mio primo obiettivo è stargli sempre davanti. E poi, nel caso di Alonso, la squadra l’aveva pian piano lasciato un po’ solo, spostandosi verso Hamilton. Qui, invece, se la squadra deve andare da qualche parte, viene da me».

Ha detto: «La famiglia è l’impresa più grande di tutte».
«Sì».

Vuol dire che passati i trenta inizia a pensarci?
«Sull’argomento, sono piuttosto pessimista. Perché mi piacerebbe avere un figlio, è l’obiettivo primario della vita. Il problema, ciò che mi preoccupa veramente, è di dover restare per il resto della mia vita con una donna. Su questo ho ancora dei grossissimi dubbi e perciò dico che sarà un’impresa difficile. Anche perché ormai comincio a non credere più che quando trovi quella giusta allora ahhh... cambia tutto. Sento che sull’argomento dovrò scendere a dei compromessi abbastanza pesanti».

Quando non ci si crede più arriva il colpo di fulmine...
«Ah sì?».

Capita.
«E se succede così io sono contento...».

Però?
«Però aspetto ancora un po’... Perché in questo campo ne ho ancora di cose da fare e di solito, quando devo fare queste cose, mi piace stare da solo».

Lei e Pantani venite dalla stessa terra, entrambi campioni, entrambi famosi, entrambi prima osannati e poi criticati, lui per il doping, lei per il fisco. Ma lei non è mai rimasto solo.
«È vero, e io ho sempre creduto in questo valore. Anzi, penso che l’amicizia sia stata proprio ciò che ha fatto la differenza nella mia carriera. Perché ad un certo punto, nel 2007 (quando da due anni non vinceva più, quando venne a galla l’evasione fiscale, ndr), mi sono trovato in una condizione simile a quella di Pantani. Mi hanno attaccato duramente, personalmente, sono stati cattivi con me e hanno esagerato, hanno messo dentro delle cose che erano chiaramente false e mi hanno proprio massacrato. E io, in quei giorni, ho pensato molto a Pantani, a come aveva reagito. Ecco, probabilmente la differenza l’hanno fatta veramente i miei amici, la gente che ho attorno e il mio modo di vivere. Perché quando sono a casa conduco una vita normalissima, sto con gli amici di sempre, di quando eravamo piccolini, e non c’è stato un solo istante in cui mi sia sentito solo. Mai. Non ho pensato di isolarmi, non ho detto: cavolo, adesso vado da qualche parte e vaffa sto lì a pensare. No. Ho sempre ricevuto una gran carica dalla gente che mi vuole bene. E sono sicuro che ho delle persone attorno, non tante, per le quali posso veramente mettere la mano sul fuoco».

Tornando allo sport: la Ferrari ha sfoderato il suo nome come terzo pilota se dovesse lasciare la F1 e partecipare a un mondiale alternativo.
«Mi fa piacere, tanto più che la F1 è un mondo che ha sempre un po’ snobbato noi motociclisti, perché quello è il Circus mentre le moto sono dei, come dire, dei poveri... Per cui se adesso tirano fuori il mio nome per avere un maggior impatto mi piace proprio. L’altra volta, anni fa, quando leggevo “Valentino alla Ferrari” e sapevo che non era vero, mi giravano un po’, perché mi dicevo “guarda un po’”. Invece adesso sono contento, non è vero uguale, però è bello...».

Quindi, non sarà, ma se la F1 si dovesse dividere, lei nel 2010 potrebbe salire sulla Rossa?
«Nel 2010 non lo credo possibile, ho un contratto firmato con la Yamaha e poi, più che il contratto firmato, mi piace stare qui a fare quello che faccio. Anche se, tornando a quanto si diceva sul momento giusto per ritirarsi, per avere il coraggio di smettere al top serve qualcosa di altrettanto bello da fare dopo».