Io, papà di un bambino anti-moderno

Una cosa va detta subito, degli scout: che sanno come si organizza un parcheggio. In auto, mentre andavamo a prendere Francesco alla fine del campo estivo, funesti presagi si affollavano nella mia mente pensando ai genitori e ai parenti di 28 bambini che cercano di parcheggiare in uno spazio sufficiente a malapena per una ventina d'auto. Mi attendevo il peggio. Invece, come sono arrivato a Bosplans, ridente località delle Prealpi friulane, mi è sembrato di essere finito per miracolo nella Svizzera del buon tempo andato: auto parcheggiate in ogni punto possibile, è vero, ma sempre in modo da non ostacolare l'uscita delle altre. Insomma, già vedendo il parcheggio mi sono convinto che gli scout potrebbero ereditare il mondo. Perché oltre a essere miti (ve lo assicuro: provate voi a gestire 28 fra maschietti e femminucce in età prepuberale) sono anche molto ben organizzati.
Quando io e mia moglie, qualche giorno fa, avevamo accompagnato Francesco al campo, era un mattino buio e tempestoso, con temperature precipitate di colpo di quindici gradi e un cielo più da novembre che da inizio agosto. Consegnare nostro figlio a un rifugio di montagna con quel tempo ci faceva sentire come i genitori di Pollicino, o di Hansel e Gretel. Quella notte, a ogni tuono fuori dalla finestra, sentivo mia moglie sospirare. Era la prima volta che nostro figlio dormiva lontano da noi.
Francesco è entrato negli scout a nove anni, l'anno scorso, nel Branco delle Colline di Maniago (Pordenone). Ha cominciato nella sestiglia dei Pezzati. Al campo, dove i bambini erano divisi in gruppi con nomi presi dalle tribù pellerossa, ha fatto parte degli Hunkpapa. Questo l'abbiamo saputo quando siamo andati a riprendercelo, col nostro grosso carico di timori parentali alimentati dai tanti giorni di «silenzio radio» (i cellulari erano vietati). Invece lui era lì ad aspettarci nel parcheggio, per portarci alla casa, e sorrideva, si vedeva che era felice. Il giorno prima aveva fatto la doccia sotto una cascata, lui che a casa si lamenta se l'acqua della doccia è appena un po' troppo fresca. Ha dormito in un sacco a pelo, imparato a sparecchiare e lavare i piatti, e ha mangiato cose che normalmente a casa rifiuterebbe. Mentre salivamo verso il campo ci ha raccontato tutto questo con una nonchalance da nobile inglese. Che è un altro dei motivi per cui, da anglofilo incallito, adoro gli scout: sono l'unica organizzazione al mondo in cui Kipling e l'Inghilterra del passato dettano ancora legge. Un altro buon motivo è che tutte le dittature hanno perseguitato lo scoutismo: questo vorrà pur dire qualcosa. Altri motivi sono che sulla manica destra della camicia azzurra i bambini portano uno stemma con l'aquila del Friuli, e che per ogni risultato raggiunto c'è un distintivo di specialità. Quest'anno Francesco se ne è meritati due, e glieli hanno consegnati al campo: uno per la conoscenza di tecniche d'infermeria e l'altro per qualcosa che veramente non ho capito bene: so solo che su quel distintivo a triangolo c'è il simbolo di San Francesco. E' bella, la sua divisa. Com'è bella la messa al campo, e bello il modo in cui dal niente si tirano su in un momento tende e griglie e il prato si riempie di odori invitanti. Io, che prima di partire ho infilato nei nostri zaini all'ultimo momento qualche bottiglietta di minerale e dei panini imbottiti, resto colpito dalla gioiosa macchina da picnic che ci troviamo davanti, capace di produrre di tutto all'istante, come l'ipertasca di Eta Beta: dalla grigliata mista al dessert. Va detto che noi friulani siamo affascinati dall'efficienza organizzativa. Immagino i nostri antenati barbuti spiare dai cespugli i legionari romani che tirano su in una notte un accampamento, con tanto di portone, palizzata e torri di guardia. Cose così, al giorno d'oggi, le sanno fare ormai solo gli scout, ora che le brigate alpine vengono progressivamente smantellate.
Ma il miracolo più grande, secondo me, gli scout l'hanno fatto sottraendo mio figlio e gli altri bambini alle lusinghe del mondo moderno e facendoli vivere per sette giorni senza carte di Yu-Gi-Ho, televisione, Gameboy e altre protesi tecnologiche. E i bambini hanno persino pianto, all'idea di tornare a casa...
Mentre banchettiamo con i nostri panini e l'acqua minerale, Francesco torna con naturalezza dalla dimensione collettiva appena conquistata a quella famigliare. Tutto intorno a noi si muovono, animati da un'energia apparentemente inesauribile, i genitori che a loro volta, da ragazzi, sono stati scout. Danzano, giocano e invitano a giocare, e anche in presenza di uno scout di colore non si fanno problemi a cantare vecchie canzoni politically uncorrect sul «lago Tanganika-ka» dove «vivono gli zulù» e abbondano i gorilla sballati e i coccodrilli ubriachi. Ma il piccolo non sembra farci caso. Balla con gli altri bambini, e imita anche lui con le mani gli animali matti della canzone, e quello che vedi, quello che cogli di lui, non è più il colore della pelle ma l'azzurro della divisa, e l'aquila sulla spalla, e i distintivi delle specialità che si è meritato sul campo.