«Io, perseguitato dalle bombe»

Ahmad il tassista non ha più le gambe ma la sua tragedia comincia nel 1974

Luciano Gulli

nostro inviato a Beirut

Per gli altri ricoverati, i medici e gli infermieri, Ahmad il tassista, l'uomo che non ha più le gambe, è ormai diventato ufficialmente il manhouss di questa guerra. Non il gheyr mahzouz, che sarebbe solo uno sfortunato come ce ne sono tanti. Ma proprio un manhouss: uno sfigato, diremmo noi. Quello su cui il destino cinico e baro ha scelto di accanirsi. Un perché non c'è. Il destino non offre spiegazioni. Premia e punisce secondo disegni imperscrutabili, se pure un disegno c'è. Ahmad è dalla parte dei manhouss, dei perseguitati. Quando ha saputo che gli avevano affibbiato quel nomignolo - ma così, affettuosamente, perché poi gli vogliono bene tutti, e son sempre lì a fargli compagnia attorno al capezzale - gli è scappato un mezzo sorriso. Come di chi ammette che sì, se se si organizza una gara di manhouss, lui la vince a mani basse.
Karam, sua moglie, un donnino esile col capo coperto dal grande velo nero delle donne sciite gli sta accanto, la schiena appoggiata alla parete. In mano ha un fazzoletto umido col quale ogni tanto tampona le labbra riarse del marito. Fino a ieri sembrava una morta. Ora però è più sollevata. I medici le hanno detto proprio stamattina che Ahmad è fuori pericolo. Resterà un uomo a metà. Ma a differenza di tanti altri presi nel vischio delle bombe e dei missili che hanno arato il sud del Libano, vivrà.
Zein, quello che ora chiamano il «buon samaritano», gli sta quasi di fronte, in questo stanzone al primo piano dell'ospedale Rafik Hariri in cui ristagnano vecchi sentori di etere e amuchina. E siccome il destino, con quest'ultimo, è stato tutto sommato benigno, correggendo il tiro in extremis, eccoli diventati, entrambi, due paradigmi sui quali gli esperti di kabbalah avrebbero certo qualcosina da dire.
Israele, racconta Ahmad Khaleel Ali, è una maledizione che lo insegue da quando è piccolo. La sua famiglia è di Blida, un villaggio a una manciata di chilometri da Tiro. Accadde nel 1974, quando Ahmad aveva solo 13 anni. «Ero sul balcone di casa con due miei amici quando un caccia israeliano bombardò il quartiere. I miei amici morirono sul colpo. Io sono rimasto con la mano destra paralizzata. A mala pena riesco a stringerla intorno al volante. Ma la mano è niente. Ora, senza gambe, mi domando come farò a mantenere la famiglia».
Sono tanti, in casa. Oltre a Karam, la sua donna, ci sono Mira, 16 anni, Fatima, 12, Ali, 9, Aya,3 e Oula, che ha solo un anno. «Eravamo nel rifugio, quando è successo - racconta Ahmad mentre gli occhi gli si riempiono di lacrime -. Ho sentito prima 5 bombe, una di seguito all'altra. Sembrava il terremoto. La sesta ci ha preso in pieno». Quando cercò di rimettersi in piedi, passato lo stordimento, Ahmad vide che non aveva più le gambe, tranciate di netto sotto il ginocchio. Ma ebbe la presenza di spirito di chiedere ai sopravvissuti accanto a lui di serrargli i moncherini con una cintura, uno straccio, qualsiasi cosa.
Mira, la sua primogenita, è ricoverata nel reparto femminile. Ha le gambe rotte e una quindicina di punti di sutura sulla testa. Ed è arrabbiata con tutti, israeliani ed hezbollah. «Io e la mia famiglia siamo sciiti - racconta con una vocina flebile -. Ci siamo nati, non lo abbiamo scelto. Ma non siamo partigiani di Hezbollah. Siamo solo gente comune. E il prezzo di questa guerra, che ha travolto le nostre vite e il nostro futuro, lo paghiamo noi».
Zein al-Abedeen Zabad, il «buon Samaritano», è stato più fortunato. «Un miracolo», addirittura, giura lui. «Dio ha voluto premiare la mia generosità, ecco com'è andata». Zein è arrivato dall'ospedale di Tiro con numerose fratture alle gambe e alle braccia. Ma giura che gli è andata di lusso. Era su un furgoncino con la moglie e i loro quattro figli, in fuga da Mansouri verso Tiro, quando sul bordo della strada videro tre sventurati, feriti, che chiedevano soccorso. Zein si fermò e li prese a bordo; ma appena arrivato alla periferia di Tiro, un missile esplose accanto al suo furgone. «Siamo stati sbalzati fuori tutti quanti. Io ho cercato di strisciare lontano più che potevo, poi ho visto il furgone che prendeva fuoco e sono svenuto».
Mentre parliamo, due boati fanno tintinnare i vetri delle finestre dell'ospedale. Due giorni di calma, ed ecco gli israeliani di nuovo qui, a due passi, con le loro bombe su Beirut sud. Il manhouss, il perseguitato dalla sfortuna, stanotte avrà un altro dei suoi incubi ricorrenti. L'ha già raccontato tante volte a Karam, la moglie. Nel sogno lui scappa, e ci sono dei soldati che lo rincorrono. Uno normale, ogni tanto riesce a farla franca, almeno in sogno. Lui, invece, dice che lo prendono sempre.