«Io, picchiato da un alunno, ho il terrore di insegnare»

Il professor di disegno Luigi Sergi, 57 anni, continua ad amare i suoi studenti. Fino a quattro mesi fa gli alunni della sua scuola di Novara facevano parte di lui. Della sua mente, del suo cuore, della sua anima. Poi uno di quei ragazzini - una mattina che il professor Sergi non dimenticherà mai - gli ha sferrato un pugno in faccia. Così il professor Sergi, dopo 32 anni di appassionata carriera, ha gettato la spugna: «È come se dentro di me si fosse spezzato qualcosa».
Professor Sergi, dopo quell’episodio lei ha parlato con il ministro Gelmini. Cosa le ha detto?
«Di ripensarci. Di non sentirmi sconfitto. Di tornare in cattedra».
Lo ha fatto?
«Ci penso ogni giorno. Poi ricordo ciò che è accaduto. E l’incubo ritorna».
Può descrivere questo incubo?
«C’è poco da dire. Quel ragazzo di 14 anni era uno studente difficile. Proprio per questo lo seguivo con maggiore attenzione, con maggiore sensibilità».
Un ripetente, straniero.
«Sì, l’avevo in classe anche lo scorso anno ed era stato bocciato perché carente in molte materie».
Ma lei non l’aveva abbandonato.
«Proprio in considerazione delle sue difficoltà di integrazione col resto della classe, ho sempre cercato di dargli una mano e coinvolgerlo, nonostante il suo atteggiamento».
Quale atteggiamento?
«Si rifiutava di fare qualsiasi cosa, entrava in classe senza libri né quaderni e si metteva in testa le cuffie per ascoltare la musica».
Ma da qui a sferrare un pugno al suo insegnate, ce ne passa...
«Non avrei mai creduto che potesse accadere».
Il segno sullo zigomo è guarito ma, dentro, la ferita resta.
«Ed è una ferita molto più profonda».
Che tipo era quel ragazzo?
«Uno abituato a uscire sempre dalla classe con il pretesto di andare in bagno».
Ci aveva provato anche la mattina dell’aggressione?
«Sì, ma io non gli avevo dato il permesso».
E allora?
«In un gesto di sfida si è alzato, uscendo ugualmente dall’aula».
Lei cosa ha fatto?
«L’ho seguito. Non intervenire sarebbe stato ingiusto e diseducativo nei confronti di tutti gli altri allievi».
Lo ha rimproverato?
«Gli ho solo detto: “Giovanotto, ma dove credi di andare?”».
E lui?
«Si è girato verso di me e mi ha sferrato un pugno sul viso».
Lei è crollato a terra, portandosi le mani sulla faccia.
«Il ragazzo ha cercato di colpirmi ancora, avventandosi su di me che ero dolorante».
Per fortuna è stato bloccato dai compagni.
«Era una furia. Poi è rientrato in classe e davanti agli altri ragazzi mi ha minacciato».
Quel ragazzo è stato punito?
«Il preside è intervenuto severamente e la scuola mi è stata vicina».
Lei ha portato la sua testimonianza anche in diverse trasmissioni televisive.
«Sì, perché quello che è accaduto a me non deve succedere a nessun altro mio collega».
Eppure episodi di questo tipo sono sempre più frequenti.
«Io ho sempre avuto un bellissimo dialogo con i miei alunni. Ma negli ultimi tempi ho notato che in classe la disciplina è diventata un optional. Il bullismo si combatte a scuola, ma senza un valido sostegno della famiglia si può fare davvero poco».
A proposito di famiglia, cosa le hanno detto i suoi cari dopo il tragico episodio del pugno?
«Mia moglie e mio figlio erano senza parole. Non volevano credere a quanto era successo. Sono stato io a dare coraggio a loro».
Lei, oltre all’insegnamento, ha sempre nutrito un’altra grande passione: l’arte. I suoi quadri l’aiuteranno a superare questo momento difficile?
«L’arte ha una grande componente spirituale. Forse anche per questo ho perdonato il ragazzo che mi ha colpito. Il mio augurio è che diventi un vero uomo. Ma, soprattutto, un uomo vero».