"Io, portiere del palazzo deserto pagato da anni per non far nulla"

Genova, il guardiano si reca ogni giorno nell'edificio abbandonato: "Per me è una tortura non lavorare". Il Totocalcio ha cambiato sede ma il suo contratto resta legato all’immobile: "Non so neanche a chi chiedere le ferie"

Genova - Rispetto al giapponese a guardia del fortino, lui ha un vantaggio. Sa che la guerra è finita. Anzi, sta cercando di farlo capire lui al resto del mondo, che però pare intenzionato a fregarsene. Vabbé, Pio Grillotti almeno lo stipendio lo prende regolarmente e quindi ogni giorno si sente in dovere di svolgere il suo turno e si presenta armato di chiavi e catenacci al cancello del palazzo del Totocalcio, via Padre Santo 1, Genova. Pieno centro, vista sul monumento di Vittorio Emanuele e sulla prefettura. Ma con un grosso cartello «vendesi» appeso all’abbaino sopra il portone. Un palazzo in cerca di padrone, perché il Totocalcio lì non abita più da almeno quattro anni, da quando la competenza sul gioco è passata dal Coni ai Monopoli di Stato. Un palazzo che però ha ancora il suo portiere. In busta paga permanente effettiva. Stipendiato a 60 anni per non fare niente. Bella vita, Pio Grillotti ha fatto tredici al Totocalcio, giusto prima che si trasferisse a Roma? Neppure per sogno. Lui ha fatto addirittura causa al datore di lavoro.

Per una specie di mobbing dell’assurdo?
«Non ce la faccio a stare qui a non fare niente, tutti i giorni. È avvilente, aspetto di sapere qualcosa, mi sono rivolto all’avvocato».

La sua giornata tipo in effetti non dev’essere un granché?
«Cosa devo fare? Il mio turno di lavoro è dal lunedì al venerdì, dalle 6.30 alle 14.30. Il sabato chiudo un po’ prima, perché devo fare 45 ore alla settimana. Assunto con contratto a tempo indeterminato come portiere senza alloggio».

E senza neppure un impiegato da salutare all’ingresso. Si sente come quell’ex re a cavallo che vede ogni mattina prendendo servizio?
«Quando il Totocalcio ha trasferito la sede a Roma e il palazzo è rimasto vuoto per un po’ ho risposto a chi veniva a cercare i dipendenti. Ormai invece apro il cancello e mi infilo nel mio stanzino. Come compagnia ho una radio».

Neppure la tv?
«No, neppure la tv. Piuttosto leggo. Al massimo chi sa che esisto mi viene a salutare. Gli altri hanno ormai capito che il palazzo è vuoto».
Gli altri, non i padroni. L’amministrazione dei Monopoli, che ha rilevato il Totocalcio, non ha certo preso in carico il palazzo, che è rimasto del Coni. Il quale Coni, da Roma, assicura di non sapere nulla di un tal Pio Grillotti da Genova: «Non siamo certo noi a pagargli lo stipendio. Il palazzo lo abbiamo venduto». Veramente l’acquirente è ancora da individuare e il cartello dell’agenzia immobiliare è sempre in bella evidenza.

Signor Grillotti, ma ha provato a licenziarsi? O almeno a farsi dare un lavoro oltre che uno stipendio?
«Ho cercato di parlare con il Coni, non c’è verso».

È vero che le hanno detto che è assunto in quel palazzo e lì deve restare?
«Ho provato anche con l’ufficio patrimonio del Coni per sapere a chi mandare le domande di permesso, le ferie, i moduli di malattia. Niente».

Tutto quello che fa è girare per gli uffici a staccare qualche lampada al neon ancora buona.
«Sì, quando si brucia il neon del mio stanzino. Sennò resto al buio, a chi chiedo di pagare la lampada?»

Adesso spera nel giudice del lavoro. L’alternativa è la pensione?
«Ma ho pochi contributi, devo aspettare di avere 65 anni». O che qualcuno avvisi il Coni che la guerra è finita.