Io la premierei, l’emozione non si compra

Belle anche le canzoni di Bennato e di Giua. Le giurie bocciano i giovani Battaglia e Mogol, figli d’arte<br />

Vabbè che non si usa più, come ai tempi preistorici di Modugno, di Villa, di Rascel, di Celentano, far discendere l’importanza d’un festival dalla qualità dei brani in gara: semmai, oggi, ci si basa sull’entità degli ascolti, o su altri dati ancor più futili - le gag dei conduttori, le toilette delle vallette, le bizze dei divi. E dunque i giudizi dei critici appaiono, nella frivola cornice sanremese, più estranei degli oggetti d’antiquariato che certi neo-ricchi si mettono in casa, frammezzo ad arredamenti modernissimi. E tuttavia i critici sono gente cocciuta, poco incline ad arrendersi al costume dei tempi.

Sicché si consenta al vostro critico d’affermare che non tanto dai dati dell’Auditel, dagli sfottò tra conduttori, men che mai dai soliti scandaletti - gli insulti di Cutugno a un critico eminente - dipenderà il passaggio alla storia di questo Sanremo: semmai dall’accoglienza che le giurie riserveranno a quelle canzoni più degne d’approdare all’immaginario collettivo, e di restarvi come vi sono rimaste, nei decenni, Nel blu dipinto di blu, 4 marzo ’43, Il ragazzo della via Gluck, Vita spericolata, non tutte gradite ai giurati ma promosse a pieni voti da critici e pubblico. Che anche quest’anno vi siano, canzoni così, è fatto che poco importa all’Auditel, ma molto a chi ama la musica. Anche se il livello d’intonazione degli interpreti - con punte clamorose, come quella di Tricarico - è apparso talvolta inquietante: vuoi per l’emozione che vieta al diaframma di dilatarsi, vuoi per certi arrangiamenti fuorvianti, vuoi per l’intrusione non sempre opportuna dell’orchestra. E pazienza, ancora, se un missaggio malaccorto ha reso poco intelligibile il magnifico testo di Loredana Berté: l’interpretazione di questa grandissima artista è stata quella che ci si aspettava, straordinaria.

Ecco, mi si chiedesse di sostituirmi ai giurati, stilando una personale graduatoria, assegnerei il primo posto alla sua canzone - non importa se musicalmente non nuova, l’emozione è sempre inedita. E al suo fianco piazzerei Eugenio Bennato con la sua taranta che mescola accenti del nostro sud con altri presi in giro nei vari sud del mondo, per narrare con amore accorato la nostalgia e la speranza di milioni d'emigranti. Insomma non mancano certo, i momenti magici, in questo Sanremo. Dicono che i pronostici privilegino Lola Ponce e Giò di Tonno, interpreti di Colpo di fulmine, grande pagina di Gianna Nannini. Ma c’è ancora Il rubacuori dei Tiromancino, che denuncia quella piaga dei licenziamenti, da tempo in auge tra le major del disco. E ancora, un buon piazzamento lo riserverei all’onestissima pagina di Mario Venuti, con quegli echi d’amor cortese giustapposti a un linguaggio d’oggi. E all’intelligente, disincantata Rivoluzione di Frankie Hi-Nrg, alla bellezza - d’aspetto e di musica - di Giua, alla perorazione nonviolenta di L’Aura, al seducente richiamo etnico di La Scelta, alla coraggiosa canzone di Valeria Vaglio, dedicata al tema dell’omosessualità, punita dalle giurie ma ben superiore al mediocre bozzetto gay di Anna Tatangelo.

E a proposito di giurie, va segnalata la bocciatura riservata a Daniele Battaglia - il padre è Dodi, chitarrista dei Pooh - e a Francesco Rapetti, rampollo del grande Mogol. Del resto Sanremo, con i figli d’arte, è spesso, e non sempre a torto, inclemente, anche quando i genitori si chiamano Celentano, Lauzi, Dorelli.