"Io, preside sequestrato. Minacce ai miei figli"

Il professore Pescosolido, preside dell'Università La Sapienza, aggredito dai collettivi di sinistra per non aver impedito un convegno sulle foibe: "Salvo grazie alla polizia. Venti agenti in borghese mi hanno scortato fuori dall'ufficio"

«Preside, lei ha figli?». Guido Pescosolido è circondato da una sessantina di studenti. Guarda questo ragazzo vestito di nero, un volto come tanti, forse un po’ più anziano della media. Gli insulti non li sente quasi più. Risponde invece d’istinto a questa domanda privata. «Lei ha figli?». «Sì». Il ragazzo batte un colpetto sulla sua spalla e sussurra: «Stia attento». Poi si allontana.
In certi luoghi della Sapienza il tempo passa lento, molto lento. Ci sono angoli della facoltà di Lettere dove il passato ti risucchia, buchi neri della storia. È un ritorno in bianco e nero, le barbe lunghe, i pantaloni a zampa d’elefante, le mani a cuore delle femministe, l’odore del piombo. I collettivi studenteschi da queste parti sono un rimasuglio di Novecento che fatica a passare. Basta poco. Una delle tante associazioni studentesche, vicina all’estrema destra, chiede il permesso per un convegno sulle foibe. Il preside dice sì. Parte il tam tam dei centri sociali, degli alternativi di sinistra, del movimento. Il collettivo si mobilita. Il preside va cacciato. Una sessantina di persone circonda l’ufficio, un altro migliaio lo aspetta fuori. Pescosolido, allievo di Rosario Romeo, moderato, liberale, uno che ai suoi studenti consiglia come manuale di obiettività storica un classico come Sei lezioni sulla storia di Edward Carr, uno che ha passato la vita a studiare signorie e corporazioni medioevali e viene da un piccolo paese della val di Comino, in Ciociaria, diventa in un attimo un feticcio fascista. Basta poco, appunto.
Come è andata?
«Mi sono sentito in ostaggio. Sequestrato. Ero nel mio ufficio, con altre tre persone, il professor Vidotto e le due segretarie Beatrice Di Mario e Claudia Magnoni. Dietro la porta c’erano una sessantina di persone. Ho chiamato la polizia. Quando sono arrivati mi hanno consigliato di restare dentro. Sono uscito dopo venti minuti».
Gli studenti replicano: nessuna minaccia, solo una contestazione verbale. Insomma, è lei che esagera.
«Esagero? Se è normale che una ventina di poliziotti in borghese scorti fuori dall’ufficio il preside, allora va bene tutto».
Come si sente?
«Se continua così non escludo di dimettermi».
Sarebbe una sconfitta.
«A un certo punto bisogna prendere atto che non si può lavorare serenamente. Mancano certe garanzie. Non esistono più le condizioni democratiche e civili per l’esercizio della libertà d’insegnamento».
Professore, ma questi studenti lei li conosce?
«In che senso?».
Da dove vengono? Cosa vogliono?
«Sono i collettivi degli studenti. Non so cosa sia rimasto in loro delle vecchie ideologie. Si considerano i sacerdoti dell’antifascismo. E in virtù di questa religione negano ai fascisti il diritto di parlare. Continuano a tenere in piedi un nemico sepolto da oltre 60 anni».
Ma sono studenti? O reduci di anni lontani?
«Sono studenti, giovani».
Studenti con il mito di Guevara?
«Non più di tanto. Non sono replicanti degli anni ’70. C’è più anarchia che marxismo. Si vestono di nero più che di rosso. L’ideologia non è il punto di forza. C’è un sentimento di religione laica».
Cosa le dicono a lezione?
«Non credo che seguano le mie lezioni».
Mai? Non ha mai visto nessuno di loro in aula o all’esame?
«Mi ricordo di una ragazza, una del collettivo, che per un certo periodo ha seguito i miei corsi».
E poi?
«Mi ha detto che lasciava. Non era interessata».
I collettivi hanno la sede in facoltà, vero?
«Sì, ci sono aule tradizionalmente riservate a loro».
Per studiare?
«No, per l’attività politica».
È normale?
«È così».
Ha avuto paura?
«Mi sono sentito molto a disagio».
C’è il rischio che si torni agli «opposti estremismi»?
«No, spero».