«Io, prigioniero politico della giustizia»

In carcere studia i codici e attacca: «Arresto illegale, gli avvocati scappano e mia moglie incinta è in cella con chi fuma»

(...) l’accusa del pm. Questa è l’accusa contenuta nell’ordinanza di carcerazione firmata dal gip il 18 maggio 2006.
Ma lui non ci sta. Si professa innocente. Di più, «prigioniero politico», e ancora vittima di «gravissime violazioni dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali». Lo fa scrivendo dal carcere. Roman Antonov ha preso carta e penna e ha iniziato a scrivere. Proprio con tutti gli errori di ortografia di un russo dei migliori film di James Bond. Ma anche con una conoscenza del codice penale e della costituzione italiana da far invidia a un avvocato.
Infatti si appella al Tribunale della Libertà di Genova e fa un «ricorso per ottenere il diritto ad una riparazione» di tutti i torti subiti, in forza della Convenzione europea sui diritti dell’uomo e della legge n. 848 del 4 agosto 1955. Divide il suo elaborato, scritto rigorosamente a mano su fogli a quadretti con i buchi, in «motivi preliminari» e non meglio chiariti «motivi continui». Ma sa tutto di procedure, di arresti che vanno convalidati entro 48 ore e di interrogatori di garanzia. Di diritti degli stranieri che devono poter leggere tutte le carte nella loro lingua e di tempi della custodia cautelare. Letto così, il suo ricorso, sembra anche fatto bene, da uno che in cella deve aver passato questi sette-otto mesi a studiare tutti i codici che la biblioteca del carcere gli metteva a disposizione. Cita articoli e commi, persino pronunce della corte costituzionale. Sa che l’ordinanza di custodia cautelare sarebbe dovuta «scadere» il 28 agosto e assicura che da allora non ci sono stati fatti nuovi.
Da queste considerazioni parte per rivendicare tutti i motivi di nullità del suo arresto. «L’arresto diviene inefficace se il pm non osserva le prescrizioni del comma 1 dell’articolo 390.3 cpp», si lancia nella sua lettera di 5 pagine fronte e retro. Ovviamente, a suo dire, il pm non avrebbe rispettato queste regole. Roman Antonov scrive anche ad «Acnur - Unhcr», l’alto commissariato dell’Onu per i Rifugiati. Invoca giustizia per sé e per la moglie, «femina incinta, con gravidanza di rischio, in carceri nella cela con fumatore». E chiede un intervento, citando la lentezza della giustizia italiana: «Cosa io deve attendere adesso? Decisione della Corte Cassazione? Se per ogni risposta uno anno attesa minimum. Cosa dire per bambini?» Già, in bambini, Antonov ne ha cinque, tutti sotto i dieci anni. E anche sua moglie è in cella. Giura di dire la verità: «Se io scrive bugia, dà per me una volta risposta. Nulla, perché tutto qui è scritto vero. Sono progionieri politici in Italia? Chi salvaguardare i diritti qui?»
Verrebbe da chiedersi perché un buon avvocato non sia in grado di torarlo fuori in pochi istanti. Ma Antonov risponde in anticipo. Proprio raccontando di un interrogatorio del 10 agosto 2006 nel quale «giudice ferma udienza senza ascoltare difesa». Se fosse vera la versione di Antonov, l’avvocato avrebbe dovuto opporsi. Ecco la risposta, già contenuta nel ricorso: «Io chiamavo difensore, difensore fa dismissione. Io chiamo nuovo difensore, dopo due mesi, lei anche fa dismissione. Nuovo dalla altra città - lei dice - dai soldi e tu è libero subito, perchÉ tuo arresto e detenzione illegale. Io niente soldi, io dico che ho diritto per ottenere patrocinio dallo Stato. Ma?» Ma ora ad Antonov non resta che lanciare questo appello anche attraverso la stampa. Cerca qualcuno che lo aiuti. E chiude: «Dove ancora posso circare grazia? Se Onu è surdo, sono giustiziato innocente e mai macchinazione accetto». Dopo la giurisprudenza, l’arringa conclusiva. La parola, l’ultima, torna al giudice.