«Io, prof e la scuola» Piccola polemica intorno a un libro

Caro direttore,
sono un’insegnante, oltre che una lettrice del Giornale, da tanti anni ormai. Ho sempre apprezzato il nostro quotidiano, e mi piace anche l’impronta che ha dato lei, con la sua direzione. Le dico la verità che oggi sono rimasta un po’ sorpresa: non per quello che avevate pubblicato sul Giornale, quanto per quello che le ho sentito dire in televisione. Ho saputo infatti che ha scritto un libro sulla scuola («5 in condotta», mi pare che si chiami). E allora mi sono chiesta: ma perché lo va a presentare in Tv e non l’ha presentato a noi lettori? Ho ascoltato con attenzione quello che diceva: capirà, l’argomento mi interessa molto. E, se devo essere sincero, per una volta non sono così d’accordo con lei: lavoro da tanti anni nella scuola, è vero che i sindacati e la cultura della sinistra la fanno da padroni, ma io non trovo quel disastro che lei dice... I miei studenti sono preparati, la mia preside in gamba, i genitori attenti alle nostre esigenze e presenti a tutte le riunioni. Che dice: vivo in un’isola fortunata?
- Milano

Sì, cara professoressa, probabilmente lei vive in un’isola fortunata. O, magari, in un’isola dove ci sono persone capaci. Ce ne sono tante in Italia, nella scuola, ma a me sembra che siano un po’ come i salmoni che nuotano controcorrente: tutto attorno c’è lo sfascio, loro reggono, grazie al loro eroismo. Ma le sembra normale che per essere buoni insegnanti, in Italia, si debba essere eroi? Lei mi accusa di non aver parlato del mio libro sulle colonne del «Giornale». È vero, non mi sembrava elegante. Ho sempre pensato che il direttore debba presentare i libri dei suoi collaboratori, ma non il suo. Mi sarei sentito un po’ a disagio, come mi sento ora, a dire la verità, a rispondere alla sua lettera. Il fatto è che me ne sono arrivate diverse, come la sua, e allora, come sempre, ho pensato che fosse giusto fare chiarezza. Non vorrei che qualcuno pensasse che non parlo del mio libro qui perché me ne vergogno. Tutt’altro: ne vado orgoglioso. E infatti sto girando per l’Italia per presentarlo. Lo faccio perché sono convinto che la scuola sia centrale per il futuro del nostro Paese. E che proprio per questo bisogna cambiarla. Dal 1968 a oggi, essa ha subito un attentato violento e progressivo: sono stati minati i principi cardine, quelli della meritocrazia, della responsabilità, dell’autorità degli insegnanti. E ogni tentativo per riportare la scuola sulla dritta via è stato bloccato dai sindacati, che difendono il loro potere e i privilegi dei fannulloni e degli incapaci. Lei dice che nel suo istituto funziona tutto bene? Se lo tenga stretto. È fortunata. Il panorama generale è desolante: le nostre scuole sfornano studenti convinti che Marx sia una barretta di cioccolato, Kalashnikov un calciatore ucraino, Caporetto un pittore del Settecento e che l’Italia sia bagnata dal Mar Mediterraneo e dal Mar Occo. Se chiedi chi è il Tiepolo i liceali rispondono: uno dei sette nani (sì, con Embolo e Dondolo). Qui pro quo? I nipotini di zio Paperino. E Pompei? Fu distrutta dall’erezione del Vesuvio. Ci sarebbe anche da divertirsi, se non fosse che tutte le statistiche internazionali certificano che la nostra scuola non solo è indietro (36° posto su 57 nella classifica Ocse Pisa), ma perde sempre più colpi. E il dramma è che molti lo sanno, ma pochi ne parlano. Ecco perché ho scritto il libro, ecco perché sono orgoglioso di parlarne ovunque mi diano spazio. Perché sono convinto che la scuola sia un tema più importante del nostro Paese, persino più del gossip su Noemi, pensi un po’. Legga il libro, e poi mi faccia sapere il suo voto, cara prof. Ci tengo.