«Io, professore scaraventato all’inferno dal videopoker»

Giuseppe, 55 anni, insegnante si è indebitato fino al collo per colpa delle «macchinette»: «Mi hanno salvato i colleghi»

Giuseppe ha 55 anni e sta finendo ora di pagare i debiti accumulati negli ultimi dieci anni. Debiti che lo hanno costretto anche a ipotecare la casa e che gli hanno fatto passare intere notti in bianco. Ora può dire di avercela quasi fatta e finalmente vede la fine del tunnel in cui è entrato per colpa del videopoker.
Lui, insegnante di educazione tecnica in una scuola media, ha cominciato per caso, per ammazzare il tempo durante le «ore buche» di lezione. Una partitina alle macchinette del bar sotto l’istituto, così tanto per provare. Poi un’altra e un’altra ancora. Fino ad arrivare a raccontare frottole alla moglie pur di stare un’ora in più al bar attaccato alla slot machine. «Cara, anche oggi ho una riunione, faccio tardi». E giù, euro dopo euro, a bruciare lo stipendio intero.
L’appuntamento con il videopoker diventa un’abitudine fissa a ogni campanella dell’intervallo. Giuseppe molla libri e registro in sala professori, si riempie le tasche di monetine e comincia la sua scommessa quotidiana. Qualche volte vincendo. Quasi sempre uscendo dal bar con la piva. Ma con l’adrenalina da gioco che scorre veloce in tutto il corpo e che pulsa. Allora ecco che scatta il meccanismo infernale: più perdi soldi, più giochi per recuperare. Una trappola.
Ogni euro investito in altro che non sia il gioco sembra buttato via. Niente caffè, niente sigarette. Tutti i soldi che entrano in busta paga vengono direttamente rigirati nella macchinetta del bar. Sempre la stessa, per scaramanzia.
Giuseppe diventa silenzioso, assente e qualche collega se ne accorge. Il prof di educazione fisica gli presta dei soldi. Finché si tratta di un biglietto da 50 euro, pazienza, è un favore tra buoni amici. Ma quando le cifre diventano a tre zeri il discorso cambia. Dopo qualche mese i debiti non si contano più: un po’ con gli amici, i più corposi con gli strozzini, fin troppo facili da trovare, soprattutto nei dintorni dei bar con le «macchinette mangia soldi». Anche la vita della famiglia di Giuseppe è totalmente ridimensionata per colpa delle perdite da gioco: niente più vacanze, lavatrice pagata a rate, spese extra azzerate. Già lo stipendio da insegnante basta appena ad arrivare a fine mese. Con i debiti, la vita diventa impossibile.
La storia di Giuseppe però è a lieto fine. I colleghi, appena si accorgono della sua dipendenza, si organizzano per aiutarlo. Ogni mattina lo vanno a «ripescare» al bar. Una volta lo va a recuperare la prof di lettere, tra un’ora libera e l’altra. Poi è il turno del collega di matematica. Ognuno fa la sua parte. Lo tengono impegnato, lo intrattengono in sala professori a chiacchierare, gli propongono una passeggiata insieme pur di farlo smettere. E lui smette. Piano piano, a piccoli passi. Prima sbuffando per il «tempo perso lontano dal videopoker» e poi con sempre più impegno. Giuseppe, grazie all’aiuto dei colleghi, riesce anche a trovare un secondo lavoro per pagare i debiti. Comincia a vendere polizze assicurative porta a porta, la sera. E con la buona volontà si lascia alle spalle la droga da slot machine, gli usurai e tutto il resto.
Ora al massimo gioca la schedina della domenica.