«Io, quattordicenne frenata dalla mamma»

Michele Anselmi

da Roma

Anche lei si chiama Melissa P., ma non ha niente a che vedere con la disinibita scrittrice catanese e nemmeno con la sua incarnazione cinematografica. La Melissa in questione (la P è l’iniziale del suo vero cognome) è una quasi quattordicenne romana di buona famiglia, genitori separati, madre fotografa e padre architetto, carina, già fisicamente signorina, lo sguardo vivace e l'atteggiamento a tratti inconsapevolmente lolitesco. Insomma, la spettatrice ideale alla quale si rivolge il film di Luca Guadagnino, nonostante il ragionevole divieto ai minori di 14 anni. Frequenta la terza media al Viscontino, il prossimo anno andrà al liceo. I ragazzi hanno preso a corteggiarla, ma lei preferisce muoversi, come tante, come tutte, con l’amica del cuore, Gilda. Indossa i jeans a vita bassa con l’ombelico di fuori, le sneaker colorate, la felpa con il cappuccio, ascolta Marmellata #25 di Cremonini e le canzoni dei Coldplay, al cinema ha appena visto Elizabethtown.
La mamma, Angela, voleva portarla da Melissa P., ma dopo averlo visto non è più così sicura che sia il caso. Benché controllato sul piano visivo, in modo da distaccarsi dall’insistenza quasi pornografica del romanzo, il film descrive con una certa brutalità la degradazione sessuale nella quale si fa risucchiare, per rabbia e dolore, la fanciulla prima del finale bagno rigeneratore. E quindi...
Ma lasciamo la parola a Melissa. «Sì, sono incuriosita, lo confesso. A scuola se ne parla da tempo. Soprattutto i ragazzi non vedono l’ora di vederlo. Io non ho letto il libro, mamma l’ha nascosto da qualche parte. Però so bene che cosa racconta. E non credo di assomigliare poi così tanto a quella Melissa». Questa Melissa è diffidente. La madre le ha appena detto che il film non è adatto, forse addirittura «diseducativo». Eppure si riconosce in una frase della vera Melissa rievocata da Francesca Neri. Recita: «Non sto bene, non sto male. Semplicemente non sto». Una condizione esistenziale diffusa, specie nell’adolescenza, quando il malessere esistenziale prende strani percorsi, in un mix di insicurezza e strafottenza. Le chiedo, con mille avvertenze, raccontandole l’iniziazione erotica di Melissa P. nel film, se il cinema può servire a qualcosa, a elaborare un punto di vista, a sciogliere una paura. Lei sorride: «No. Sto vivendo una fase pesante, fisica e psicologica. Ogni giorno è più pesante, uffa!». Con le amiche, confessa, «parliamo di sesso e ragazzi», ma per ora «nessuna di noi vanta esperienze personali vissute». Insomma, è un romantico e squillante rosa, come quello delle sue scarpe da ginnastica, la tinta che Melissa applica agli affari di cuore, anche se gli ormoni premono e «qualche ragazzo s’è fatto più sbruffone». Naturalmente «a scuola, per scherzo, qualcuno mi ha già chiamato Melissa P., ma non me la sono presa. Sono amici. E poi ci vuole altro per scandalizzarmi». Chissà se alla fine, barando leggermente sull'età, il film l'andrà a vedere.