«Io, ragazzo di via Corsica ricordo il mio maestro don »

Caro direttore,
don Gianni se ne è andato, e il vuoto che lascia non è tanto e non è solo intellettuale, politico, culturale. È un vuoto innanzitutto umano. Gianni è stato il nostro pater familias: ci ha insegnato a crescere, a leggere e a studiare. Ma, soprattutto, ci ha insegnato una cosa ben più grande: il rifiuto di ogni omologazione. Ci ha insegnato a pensare con le nostre teste, a ricusare la superficialità delle prime impressioni così spesso sbagliate, ci ha insegnato ad approfondire senza pedanterie da accademia. Ci ha, in una parola, insegnato ad essere liberi.
Tanti sono i ricordi che legano noi, ragazzi di via Corsica, all'uomo e al sacerdote che così tanto ci ha dato: da quella prima volta nel 2003 quando un po' impacciato e imbarazzato lo incontrai nella sua casa ai primordi della mia carriera di scribacchino, passando per i comitati di redazione di Ragionpolitica e per le straordinarie conversazioni che avvenivano nel suo soggiorno, ove tutto si toccava, dalla storia alla filosofia, dalla politica all'economia. Momenti di confronto aperto, unici e irripetibili, animati talvolta da una salutare vis polemica che Gianni ci incoraggiò, cum grano salis, a sviluppare. Con lui se ne va forse il più grande esegeta della politica italiana del ventesimo secolo, ma nulla questo vale in confronto alla perdita sul piano intrinsecamente umano, per la capacità davvero unica che Gianni aveva nel saper cogliere, stimolare e far progredire le intuizioni dei suoi numerosissimi "figli" in idee compiute ed incisive. Se non avessimo avuto la fortuna ed il privilegio di incontrarlo sul nostro cammino noi, ragazzi di Via Corsica, saremmo oggi uomini diversi: più vuoti, grigiamente disillusi, qualunquisti, meno capaci di provare quella curiosità salvifica e quel gusto per il sano paradosso che ci spinge ad andare al fondo delle cose, ad analizzare la realtà nel suo insieme non limitandoci a metterne qualche pezzetto sotto al microscopio, quasi a voler ignorare che il tessuto del mondo è costituito da innumerevoli fibre che si intrecciano e interagiscono le une con le altre. Ciao Gianni: il dolore che lascia la tua dipartita è grandissimo, ma a fianco a questo, c'è, viva e tangibile, l'eredità spirituale che lasci a tutti noi, ragazzi di via Corsica: un’eredità spendibile eppure inesauribile, che sempre ci accompagnerà in ogni aspetto della vita quotidiana, fiduciosi che grazie a te il buon seme del grano gettato nella terra abbia fruttificato spighe sane e rigogliose.

Ieri abbiamo dato l’addio a don Gianni. E io ripensavo a quanto mi mancheranno le sue telefonate del mattino. Per cominciare mi parlava sempre del tempo: il sole di Genova, il vento, la pioggia. Se c’erano le nuvole era triste, se saliva la temperatura si preoccupava («Non amo il caldo»). Poi, in mezzo alle conversazioni meteo, piazzava i suoi lampi di genio politico, le visioni più limpide anche nei giorni più cupi. Parlava a fatica, ma riusciva sempre a farsi capire benissimo. Era umile, don Gianni. Chiedeva sempre il mio parere, chiedeva indicazioni. Nell’ultima telefonata, tre giorni prima della morte, gli avevo chiesto di impostare il pezzo, che lui aveva suggerito, in un certo modo. Appena ho finito di parlare, ho sentito la sua voce, assai più squillante del solito: «Grazie, direttore. Terrò conto dei suoi consigli, anche per il futuro». Era umile, don Gianni. E aveva sempre in mente il futuro. Anche mentre si apprestava a scrivere quel bellissimo articolo. L’ultimo.