«Io, re del made in Italy anche più della Ferrari»

«In Italia c’è manipolazione mediatica. Se i due mondiali li avesse vinti la Rossa, sarebbero state imprese difficilissime...»

Benny Casadei Lucchi

Il Duomo e via Manzoni e la Galleria. L’ascensore del Park Hyatt di Milano luccica mentre sale all’ultimo piano, suite presidenziale. A sinistra là in fondo c’è la porta e quel campanello dal suono che nulla c’entra con i 170 metri quadri da quattromila euro al giorno di questa casa con vista su tutto. Si apre la porta. Non c’è segretaria, non c’è modella, non c’è neppure l’inseparabile assistente personale. C’è lui: Flavio Briatore, manager campione del mondo in F1 e campione del glamour made in Italy. L’uomo con le iniziali sul jet privato e sulle pantofole. Fa da portiere, assistente e segretaria di se stesso. Jeans e t-shirt nera, orologio oro rosa che ci compri un appartamento. È in pantofole. Con le iniziali, s’intende.
Ha appena vinto due mondiali e già le cambiano le regole. Non è bello.
«Era importante introdurre le nuove qualifiche per aumentare lo spettacolo e far capire che la F1, quando sbaglia, corre ai ripari».
In cambio ha dovuto cedere sul ritorno al cambio gomme (avvantaggerà le Bridgestone e quindi la Ferrari, ndr).
«Serviva un compromesso per aiutare qualcuno nel suo piccolo garage. Ora vedremo che cosa saprà realizzare con questo aiutino».
Quello rosso non è un piccolo garage.
«Non sto parlando di colori, non c’è solo la Ferrari, ci sono la Toyota, e anche la Williams (tra quelli che hanno spinto per il cambio gomme, ndr)».
Lei, re del glamour, non ha festeggiato il mondiale in Brasile. «Avevo bisogno di star da solo, di pensare a quanto fatto», ha confidato.
«Detta così sembra roba da libro Cuore a pagina 12. Ero emozionato, sono stato male, ho anche rimesso. Se guardo ai miei dodici anni nel Circus, ho vinto tanto e portato molti al trionfo nonostante il mio modo di fare la F1».
E come la fa?
«La faccio che sono sempre contro tutti, che dico sempre quel che penso per cui vengo sempre criticato. Appena possono tirano in ballo “sei quello del Billionaire, quello delle discoteche”. È molto italiano sminuire quel che uno fa e ingigantire lo stesso risultato ottenuto da altri. In Italia c’è una vera manipolazione mediatica. Se questi titoli li avessero vinti altri, sarebbe stata la cosa più difficile del mondo (gli altri sono la Ferrari, ndr)».
Briatore campione del mondo a capo della Renault. Primo pensiero?
«Anche questo è made in Italy. Io sono made in Italy come la Ferrari: non vedo la differenza tra la Rossa gestita da stranieri e il sottoscritto che gestisce un team straniero. Mi domando: qual è il merito della Ferrari? Aver messo insieme un gruppo (pausa e sorriso)... un gruppo che conosco molto bene... Mi hanno preso Schumi, poi Ross Brawn che stava con me da 6 anni, poi Rory Byrne, poi l’aerodinamico. Per cui sono stati bravissimi... a prendere il mio gruppo. E io nel 2001 alla Renault ho ricominciato senza gruppo. Sono abituato: quando non si ha un grande budget bisogna inventarsi grandi piloti. E noi abbiamo trionfato ed è la prima vittoria nella storia della F1 di un costruttore generalista, che fa cioè auto di tutti i tipi, non di nicchia. La mia forza non è la gente che vedete ai Gp: sono i mille in fabbrica. Impiego giorni a salutarli tutti di persona, ma lo faccio ogni mese, sono loro che lavorano giorno e notte per me».
Ha stretto la mano a Fisichella dopo l’erroraccio in Giappone quando Raikkonen l’ha passato all’ultimo giro?
«Ovvio, non mi ha fatto piacere, ma l’ho protetto. Avevo bisogno che fosse tranquillo per la gara dopo, c’era ancora un titolo in palio. E poi aveva gli occhi lucidi, sapeva già tutto... A volte la gente dice cose che già sai. Per questo sono stato zitto. Ricordo che anni fa assunsi Jackie Stewart come consulente del team: tutti i giorni mi diceva che ero nella merda. L’ho licenziato, perché è stupido pagare uno che ti dice cose che già sai».
Ha creato e scoperto kaiser Schumi; ora ha creato e scoperto colui che l’ha detronizzato. Fatti e disfatti.
«Fernando doveva essere quello che avrebbe battuto Michael. L’ho capito subito, appena visto. Così come nel ’92 compresi che Schumi sarebbe stato colui che avrebbe sconfitto Senna».
Nell’89, quando piombò nel Circus direttamente dalle magliette, telefonò a Luciano Benetton e disse: «Questi qui li battiamo tutti».
«Sì. Perchè la F1 non è così difficile, anzi. E poi è piena di gente vecchia a livello manageriale, logorroica».
F1 facile. Un po’ quello che ha detto Valentino Rossi facendola arrabbiare.
«Sì, però le moto sono giocattoli della Barbie. Anzi: se la F1 è facile, allora le moto sono kinder baby. Con tutto il rispetto, Valentino è uno simpatico, uno che fa immagine, che sdrammatizza. Mi piace perché dice le cose che dico io. Io e lui non facciamo mai drammi, diciamo la verità».
Il 67% dei giovani si riconosce in lei.
«Sicuro. Perché do la speranza a chi non ha avuto aiuti di potercela comunque fare. Io non sono nato ricco, l’ambiente della F1 ha sempre cercato di massacrarmi... Certo, lo so, ho avuto un problema (questioni di gioco d’azzardo, processo, condanna, ndr) oltre vent’anni fa e appena possono cercano sempre di tirarlo fuori. Quando arrivai in F1 lo ammisi subito. Finito. All’estero si fa così, in Italia ne parlano ancora. È stato un errore, ma quanta gente nella vita ha avuto problemi per esempio con l’affitto in ritardo, o non ha pagato le cambiali dell’auto. Di errori i giovani ne fanno: io non condanno chi si droga o fa dell’altro, l’importante è che chi sbaglia riesca a capire. Nel nostro Paese c’è un gruppo che gestisce più o meno l’Italia e sembrano tutti perfetti; ma vorrei vedere come sono perfetti tutti questi qui... però i loro problemi non vengono mai fuori, ma se vogliono che cominci a farlo io... Dato però che sono un signore, non me ne frega niente».
Ci sarebbe anche la sua tesina da geometra, il progetto di una stalla.
«Anche lì: e allora? È vero: ho progettato degli scalini per entrare nella stalla. Come studente non ero il massimo, però mi sono ripreso. Tanta gente è come me: anche se fa la stalla con gli scalini non per questo è un idiota. Semplicemente ci tocca fare cose che non amiamo, ma quando troviamo il lavoro che ci piace possiamo diventare dei geni. Anche questo è un messaggio per i giovani».
Basta con i giovani, Briatore: e la vecchiaia?
«La vecchiaia non esiste più. Il mio incubo è perdere la mente. La vita è affascinante perché non ci sono certezze. Tutte le mattine ringrazio questo film della vita perché so che il giorno dopo potrei aver perso le chiavi del cinema».
Per questo dorme poco?
«No, morire non mi spaventa. C’è ancora qualcosa da vedere e da realizzare, ma penso di aver già dimostrato e fatto tanto nella mia vita».
La politica?
«Se guardi la sinistra sono sempre uguali, gli stessi, perché non nasce uno di sinistra diverso? Potrebbe essere Veltroni, ma non lo fanno uscire. Possibile che la sinistra produca solo i Fassino, i Prodi e i D’Alema. Io sono di sinistra, ma allora tanto vale dire Bertinotti, tanto vale votare Berlusconi».
I politici proprio non le piacciono.
«Li vedi sempre in tv, sempre in giro. Servirebbe un governo degli amministratori delegati: i presidenti vanno in tv a litigare e i manager mandano avanti il Paese».
Gli occhiali sempre scuri?
«La gente mi sveste sempre. Io odio entrare nei ristoranti. Mi sento sempre osservato. È un fatto di timidezza».
Le donne?
«Le mie storie sono tutte vere, sono tante perché se mi sveglio al mattino e mi accorgo che un legame non ha futuro, lo tronco. Ho troppo da fare».
Ma nel futuro...
«La classica domanda? Avere un giorno moglie, figli e il cane?».
No. Nel futuro può pensare d’innamorarsi di una normalissima casalinga di Voghera?
«È difficile, dovrei incontrarla a Londra o a New York dove vivo».
Immagini una casalinga dello Yorkshire o di Brooklyn, allora.
«Sì, potrei innamorarmi. Però dovrei fare io le commissioni, sennò quando mai la incontro. Sì, potrei davvero incontrare la commessa della mia vita».
E non stava scherzando.