"Io, regista del Barbarossa, mi difendo"

Falsa partenza per il kolossal che racconta le gesta di Alberto da
Giussano: solo 400mila euro nel primo week end di programmazione. Gli
incassi più alti nel Bresciano, male a Milano, malissimo nel Veneto

Renzo Martinelli è arrivato al cinema dalla pubblicità e dai video musicali quando era ormai sguarnito il filone della ricostruzione di drammi direttamente o indirettamente politici, dove svettava Francesco Rosi, regista di Salvatore Giuliano, delle Mani sulla città (sulla Napoli di Achille Lauro), del Caso Mattei. Martinelli s’è candidato alla successione ha puntato su di esso, con Porzûs, Vajont, Piazza delle Cinque Lune, entrando non nella storia del cinema italiano, ma nella storia d’Italia tout court per aver raccontato a tanti ciò che era noto a pochi. Aver un ruolo non rende intangibili: «Barbarossa, che noia!» - è stato il titolo di un autorevole quotidiano milanese alla recensione dell’ultimo film di Martinelli. Titolo quasi elegante rispetto a quello di un noto quotidiano parigino alla sua recensione di Cronaca di una morte annunciata di Rosi: «Cronaca di una merda annunciata».

Signor Martinelli, gli incassi del cruciale primo fine settimana deludono Barbarossa.
«Abbiamo fatto un film epico come in Italia non si faceva da quarant’anni. Un buon prodotto di genere, quindi ho la coscienza tranquilla».

I suoi film sono eventi prima di uscire. Come fa?
«Negli ultimi mesi ho battuto l’Italia settentrionale in lungo e in largo per “spingere” Barbarossa».

E così il film è uscito in...
«Duecentottantaquattro copie».

Per un introito di...
«Circa quattrocentocinquantamila euro».

Barbarossa è costato dieci milioni.
«Dodici, con le spese per il lancio».

Quanti d’origine pubblica?
«Un milione e seicentomila».

Barbarossa racconta la Lega Lombarda secondo Bossi. E Bossi dice: «Roma è ladrona». Allora perché prendere soldi «rubati»?
«Il finanziamento pubblico non è stato determinante, anche se ha fatto comodo. In percentuale meno di Baarìa».

Quattro milioni della Regione Sicilia su venticinque... Anche «Baarìa» ha esordito male: due milioni d’incasso nel primo fine settimana.
«Dietro Baarìa, però, c’era e c’è Medusa, che ha maggior potere sull’esercizio commerciale rispetto alla 01, che distribuisce Barbarossa».

Giuseppe Tornatore è stato onnipresente in tv. Lei no.
«L’ufficio stampa del film ha chiesto che partecipassi a Porta a porta. Invano».

Perché?
«Non so, ma Bruno Vespa è nel suo diritto. Preferisce invitare Massimo Boldi e Christian De Sica».

Niente «Annozero»? Niente «Matrix»? Niente «Infedele»?
«Per ora no».

In Italia il film è sesto negli incassi, a Milano è nono. La falsa partenza di «Barbarossa», dove è stata meno falsa?
«A Brescia e in Val Camonica. È stata falsissima a Verona e nel Veneto in generale».

La storia del Veneto non è la storia della Lombardia. Spera in una ripresa nel prossimo fine settimana?
«Ci saranno sale che toglieranno il film. Sperare è lecito, ma un po’ come nel pellegrinaggio a Lourdes: pochissimi guariscono».

Punta sull’estero?
«Stiamo trattando per le vendite in Stati Uniti e Canada. Stamane Barbarossa sarà presentato ai compratori stranieri a Roma. C’è poi interesse di Paesi del blocco ex sovietico, di solito impenetrabile ai film italiani».

Poi ci sarà la vendita in dvd e il diffusione da parte della Rai.
«La copia in dvd sarà la stessa andata nei cinema. La versione tv, che andrà in onda l’anno prossimo in prima serata, sarà più lunga: due puntate da circa cento minuti l’una».

Una telefonata che le abbia sollevato il morale?
«Giampaolo Pansa mi ha detto: “È un film bellissimo, non ti curare di quel che se ne scrive”».

Per tenersi su, a che cosa pensa?
«Al mio Piazza delle Cinque Lune, sul delitto Moro, che economicamente fu un fiasco, ma in un’università inglese ora è materia d’insegnamento, con JFK di Oliver Stone. I film hanno un destino lungo».

Domani è un altro giorno. E lei farà un altro film.
«Agli inizi dell’anno dovrei girarne uno ambientato durante l’alluvione di Firenze del 1966».

Dopo «Vajont», sul disastro idrico del 1963! Mi racconti.
«Sarà la storia di un ladro, arrestato a Firenze il 25 ottobre 1966, all’inizio delle piogge. Nella notte fra il 3 e il 4 novembre evade attraverso le fogne...».

E annega!
«No, non annega e diventa, senza volere, un “angelo del fango”, uno di quei volontari che salvarono il salvabile».

Protagonista?
«Ancora non so. Ma il deuteragonista, il commissario cui il ladro è sfuggito dieci volte, sarà ancora F. Murray Abrahms. E poi ci sarà un altro amico, Paul Sorvino».