«Io, rovinata da un amore sbagliato»

Si feriva le braccia a 14 anni A 15 ha conosciuto Volpe. «Mi ha offerto un lavoro il padre di una delle vittime»

«Dopo il processo ho cominciato ad alzarmi tardi, alle 10, e non dormo mai prima delle 2 del mattino. Tiro tardi scrivendo, rispondo alle lettere che mi manda qualche detenuto. Mi innamoro ogni 15 giorni di una voce che sento dalla finestra durante l’ora d’aria del maschile. Magari è vecchio, grasso, non importa, non è molto diverso da chi fa l’amore in chat».
Elisabetta Ballarin, vent’anni (ma ne dimostra sì e no 15), è la detenuta più giovane del carcere di Monza. La Corte d’assise di Busto Arsizio l’ha condannata a 24 anni e tre mesi di reclusione per concorso nell’omicidio di Mariangela Pezzotta, colpita alla testa con una revolverata e finita con il badile il 24 gennaio 2004 a Golasecca, vicino a Varese, nello chalet dei Ballarin. «Lo sente questo baccano? È l’ora della battitura. Passano il manganello contro le sbarre delle finestre per controllare che non siano segate. È insopportabile...».
Oggi Elisabetta è una ragazza che si rende conto di essersi bruciata la vita. «Doveva vederla quando è arrivata, due anni fa, sembrava una bambina», dice la capoposto. «Ne ho viste di tutti i colori, ma lei fa impressione: non ci si crede che sia un’assassina». Una storia incredibile, di amore e morte, quella dell’unica ragazza in un gruppo di giovanissimi del Varesotto che si stordivano di musica metal e si facevano di “speedball” (un mix di cocaina ed eroina). Hanno ucciso tre coetanei e portato un altro al suicidio. Li hanno chiamati “Bestie di Satana”, ma lei non lo accetta: «Satana c’entrava solo nella musica: mai sentito parlare di Marilyn Manson? Ci crede che ai concerti, basta che il più scadente dei musicisti si metta a urlare “Satana!” e la folla impazzisce? Volevamo sfondare, diventare una vera band, io suonavo il basso e stavo cominciando con la batteria. Mi manca la musica. Mi mancano la moto, il mare, il sesso, il domani, le coccole di mia mamma». Una pausa. E riprende: «Ho lavato tutti i muri della mia cella. È meglio lavorare che stare fermi a pensare». E poi: «Ma è vero che a San Vittore hanno la Playstation? Qui a Monza le regole sono ferree. Non ci lasciano usare nemmeno una crema per le mani o il balsamo per i capelli, solo i medicinali».
L’inferno di Elisabetta è cominciato con Andrea Volpe. «Avevo 15 anni», racconta, «è stato il primo e l’unico uomo della mia vita. L’uomo sbagliato. Lui si drogava e l’ho fatto anch’io. Tornavo a casa dal lavoro a Malpensa (commessa in un duty-free, ndr) e lui preparava due dosi per rilassarci un po’».
Andrea Volpe è stato condannato a trent’anni con rito abbreviato per tre omicidi (di Fabio Follis, Chiara Marino, Mariangela Pezzotta). È il pentito numero uno, l’unico reo confesso del gruppo. «Sì, ha confessato», dice Elisabetta. «Raccontano che si è pentito, ma io non ci credo. Uno che uccide due persone e sei anni dopo ne ammazza un’altra, non sa neanche cos’è il rimorso». Fu Volpe a sparare in faccia a Mariangela Pezzotta, una sua ex fidanzata. Elisabetta lo aiutò nel tentativo di sbarazzarsi del cadavere. E ricorda così quei momenti: «Ho sentito il colpo di pistola, sono corsa nella stanza e ho visto Mariangela per terra, la faccia coperta di sangue. Era morta! Che respirava ancora, l’ho scoperto dopo che mi hanno arrestato. Mi sono presa 24 anni perché per i giudici io ero la donna del capo... Ho sbagliato, lo so. Dovevo chiamare l’ambulanza, potevo farlo, allontanarmi con una scusa, chiedere aiuto ai vicini. Potrei dire che quella notte ero stordita dalla droga, dal panico. Non basta. Il padre di Mariangela mi ha offerto un lavoro quando uscirò da qui. Lui mi ha perdonato. Io non mi perdonerò mai».
A 14 anni, i primi segni di autolesionismo: Elisabetta si ferisce le braccia con piccoli tagli che nasconde sotto le T-shirt a maniche lunghe, anche in piena estate. La madre Cristina non può dimenticarlo: «Mia figlia mi diceva: ”Mi faccio male così sento il dolore fisico, non quello dentro”. Mi sono spaventata, sono andata da una psicologa. Mi ha spiegato che non era necessario iniziare una terapia di sedute, nel frattempo Elisabetta aveva smesso di ferirsi. Dopo qualche mese ha conosciuto Andrea Volpe. Dieci anni più di lei, pieno di tatuaggi, senza un lavoro, senza progetti: non ci piaceva per niente. Ma appena compiuto 18 anni se n’è andata a vivere con lui». Elisabetta spiega: «C’eravamo noi due, il mondo fuori. Andrea era mia madre e mio padre. Con i miei genitori non funzionava. Mia madre mi ripeteva: “Se una cosa sai che mi fa arrabbiare, perché me la dici?”. Era come se mi chiedesse di mentire, di nasconderle tutto quello che non andava bene. Non potevo dirle che mi drogavo. Mio papà Alberto è sempre stato un ragazzo, allegro e gaudente, mai autoritario. Mi diceva: “Ma che te ne frega dei compiti, lascia perdere. Andiamo a divertirci”».
Alberto Ballarin, firma del giornalismo sportivo, è morto d’infarto lo scorso agosto. «Il padre ha lasciato in eredità lo chalet di Golasecca», spiega Francesca Cramis, avvocato della Ballarin. «Già era fatiscente, dopo che è stata il teatro dell’omicidio, chi vuole che lo comperi? La ragazza non possiede altro. Il mio è un patrocinio gratuito».
Elisabetta ha diritto a sei ore di visite al mese e a dieci minuti di telefonate la settimana. «Pochi giorni prima che mio padre morisse, ho scoperto di avere un fratello, un figlio che ha avuto da un’altra donna. Si chiama Ruggero e ha dieci anni più di mia madre. Mi viene a trovare tutte le settimane, lo fa di nascosto da sua moglie... Balbetto, se n’è accorta? Mi sto dimenticando come si parla. Qui sono quasi tutte extracomunitarie, le arrestano a Malpensa con la pancia piena di droga. La mia compagna di cella, Paolita, è boliviana».
In carcere Elisabetta lavora in biblioteca, fa le pulizie, guarda la tv, ma poco. «Studio anche, o almeno ci provo. Non uscirò presto, ormai lo so, anche se tra poco ci sarà l’appello. Alla fine della pena non posso essere la stessa. Se no è tutto inutile».