Ma io sarei più sicuro se facessero quel test a medici e magistrati

«Ah, be’, allora...». Questa è stata, grosso modo, la reazione di larga parte della società politica e civile alla notizia che Piero Marrazzo, l’ex governatore del Lazio con un debole per le Brandone, aveva confessato che le paccate di euri che lasciava in via Gradoli servivano soprattutto a pagare la cocaina. Droga senza la quale, così si dice nel giro, non c’è gusto a giacere con i transessuali. Quel «Be’, allora...» sta a significare che non c’è niente di male, niente di biasimevole o di illegale «farsi» di coca. Non è che tutti la pensino così, ma questo è quello che si dice il trend. Dati certi non ce ne sono e dunque ci si deve affidare a quanto si vede, si sente e si legge, ma pare evidente che il Paese, di sicuro la parte che si ritiene più sana, più giusta, più liberal e illuminata, vada avanti a coca. Dei parlamentari si sa: passato un panno sui venerati marmi dei gabinetti di Camera e Senato, ne è stata raccolta tanta - i residui di cento sniffate - da saziare una schiera di Marrazzi. Prova provata che i parlamentari - non tutti, è evidente, ma diciamo pure un bel po’ - si «fanno» per via intranasale che è una bellezza (d’altronde, lo stesso insospettabile senatore a vita Emilio Colombo candidamente affermò di tirar coca, naturalmente a «scopo terapeutico». E chi mai penserebbe il contrario?). Per rimanere a Roma, analizzata l’acqua del Tevere s’è scoperto che contiene più cocaina, eliminata con le minzioni, che batteri fecali o sorci o altre inquinanti schifezze. Ed è cosa stranota che a ragione del loro prestarsi, una volta arrotolate, all’uso di canna aspirante, su cinque banconote da 50 euri in circolazione, tre presentano tracce della polvere bianca o bamba o bonza o bubbazza, come gli habituée familiarmente la chiamano. Volendo, mettendosi gli euri sotto il naso e inalando con forza ci si «fa» che è un piacere. Questo per Roma, ma il discorso non cambia per le altre città, cittadine e borghi del Belpaese.
Senza tanto strombazzare, ma diciamo così col passaparola, gli sniffatori di coca hanno finito per diffondere il loro credo: incocainarsi è trendy, è libertà, è emancipazione e uso di mondo. Tirare coca è anche vantaggioso, essi sostengono, perché ti mette addosso la carica, la voglia di fare e di strafare: solo gli statali non tirano coca e infatti gli statali sono dei fannulloni assenteisti. Siccome ciascuno è libero di spappolarsi il cervello come meglio crede, non saremo certo noi a fare i moralisti puntando il dito sui cocainomani. Per dirla tutta, che si droghi il così detto bel mondo, Vip, attori, stilisti, modelle, cantanti, creativi, tronisti, veline, escort, intellettuali da salotto e da terrazza, coscienze critiche della nazione, pitonesse del bon ton e tribuni politicamente corretti, non ce ne può importare di meno. C’è chi passava la sera bevendo Barbera e c’è chi la passa sniffando. Tutto qui. Ma si dà il caso che sniffino anche piloti di aerolinee, medici chirurghi, magistrati, professori universitari, sniffino cioè coloro che ci hanno, fisicamente o meno, nelle proprie mani. Sempre con le dovute e sacrosante eccezioni, la situazione sarebbe questa: a sniffare è la classe dirigente, politici in prima linea ed è forse questa la ragione di un certo straniamento, qualcuno lo definisce rimbambimento, generale. (Intendiamoci, si fanno di coca anche i giornalisti e del vizietto rimane poi traccia indelebile nei loro scritti. Un lettore attento lo vede subito se il pezzo è stato scritto tra una «pista» e l’altra. Ma per quelli che si bevono tutto senza riflettere, i devoti del pensiero unico, per intenderci, sono dolori).
Che la faccenda sia seria e preoccupante lo testimonia l’iniziativa presa dal Parlamento: a partire da lunedì prossimo gli onorevoli deputati e senatori potranno sottoporsi - volontariamente, manco a dirlo - al test antidroga. Un primo passo verso l’esigenza, sempre invocata, di «fare chiarezza». E di contenere nel limite del possibile, i danni passivi, come nel caso del fumo. In che modo, infatti, si può esser certi che quel tal cardiochirurgo non entri in sala operatoria dopo essersi fatto un paio di canne o un paio di «piste»? Che quel magistrato - si fa per dire, per fare un esempio: è ben noto che i magistrati non sniffano, lo sanno tutti - non sentenzi sotto l’euforizzante effetto della cocaina? O quel pm (idem come sopra: trattasi di esemplificazione giornalistica) non s’intigni nell’accusa perché strafatto? Un rimedio bisogna pur trovarlo perché prende sempre più corpo fra i non cocainomani e i non spinellatori la sgradevole sensazione d’essere accerchiati da una parte stralunata della società la cui immagine attiva, intraprendente, dinamica e giovanilista è sostenuta dalle ripetute sniffate. E naturalmente il pensiero va all’antidoping, che sarebbe conveniente non limitare ai membri del Parlamento. È paradossale che si chieda di giungere a tanto, ma di coca e di cocainomani ce ne sono troppi, in giro. Meglio dunque dargli una calmata, mettergli l’autovelox, insomma.