"Io, sarto di Gomorra spettatore degli Oscar nel film e nella vita"

Nella pellicola Salvatore Cantalupo vede la Johansson indossare un suo abito sul red carpet. Anche ora sarà davanti alla televisione

Nel film Gomorra è l’abile sarto Pasquale: lavora in nero per la mafia cinese e alla fine si ritrova camionista in un autogrill a guardare in tv Scarlett Johansson indossare alla notte degli Oscar l’abito confezionato da lui. Nella realtà è l’attore Salvatore Cantalupo, 50 anni, napoletano doc. Tra una settimana, come il suo personaggio, gli Oscar li seguirà in televisione. Lui che fino al mese scorso sembrava dover essere fra i protagonisti di quell’evento. Sfuggente ai riflettori («sul tappeto rosso a Cannes ero emozionato e in imbarazzo») timido quasi, il successo gli piomba addosso in età matura. Cantalupo vive ancora nella sua Secondigliano. Parla lentamente, per soppesare le parole. Poi il ritmo accelera quando, qua e là, il dialetto prende il sopravvento. Quando racconta le voci della sua Napoli. «Sa qual è la spiegazione sul mancato Oscar a Gomorra che si sente in città, al bar come dal dentista? Si foss’ stat pa’ mafia, ven’ avesser’ dat quatto e’ Oscar. Ma quann c’stà nù film israelian...».

Cantalupo, ammettiamolo ci siete rimasti male.
«Non compro quotidiani e non so cosa è stato scritto. Quando l’ho saputo mi sono fatto due risate».

Le reazioni dei suoi colleghi del cast?
«Non ho sentito nessuno, dopo la fine di un film è raro che si rimanga in contatto».

Si dice che le pellicole entrate nelle nomination non reggano il paragone.
«Considero Gomorra un film da Oscar, anche se alcuni di quelli in lizza come Valzer con Bashir, contengono un messaggio pacifista molto più completo, universale».

Magari vi rifarete con i César, gli Oscar del cinema francese.
«Spero proprio di sì, in quel premio ripongo molte aspettative».

Lei inizia come attore di teatro: Antonio Neiwiller, poi Mario Martone e infine Tony Servillo...
«Ho lavorato con ognuno di loro e a lungo, il teatro mi ha insegnato tutto e rimane la mia vera passione».

Ora però sembra più proiettato verso il cinema. Ha lasciato «La trilogia della Villeggiatura».
«Nella Trilogia facevo l’attrezzista. Ho partecipato a tutti gli ultimi spettacoli di Tony, ma sul palco manco ormai da quattro stagioni, da Sabato, Domenica e Lunedì».

Eppure con Servillo siete amici, cosa è successo?
«Lo conosco da più di 20 anni, ci siamo incontrati la prima volta nel 1985 al teatro Nuovo di Napoli. Il suo modo di lavorare mi ha fatto crescere, ma quell’era si è chiusa».

La sua esperienza conferma che di teatro non si vive.
«La sicurezza economica che mi ha garantito Gomorra, dopo il quale sono piovute molte altre proposte, mi dà una libertà enorme, ad esempio di dedicarmi alla scrittura».

Che film ha in cantiere?
«Ho iniziato a girare con Cristina Comencini e solo un mese fa ho ricevuto una proposta da un grosso regista di fama mondiale».

Nato e cresciuto nella Napoli nera di «Gomorra». Com’era prima e cosa è cambiato oggi?
«Sono nato a Montesanto e fino a 18 anni ho vissuto ai quartieri spagnoli. Poi nel 1977 ci siamo trasferiti nella 167 di Secondigliano, vicino a quello che allora era “il bosco di Scampia”. Nel giro di 10 anni sono nate le Vele e tutto il resto, come funghi. Hanno fatto alcuni interventi buoni, come campetti da calcio, ma nulla per la cultura».

Napoli sembra voler solo peggiorare.
«Raffaele La Capria diceva che Napoli è l’unica capitale che conserva la plebe nel cuore della città; si tratta di un mondo a parte, fatto di persone non cattive, ma che hanno un atteggiamento camorrista. Quando vedo motorini correre sul marciapiedi e le mamme scansarsi con i loro figli, penso che anche quella è camorra».

Bassolino si è detto favorevole a trasmettere «Gomorra» in prima serata, altri sostengono che il film sia dannoso per l’Italia. Roberto Saviano ritiene che la mancata candidatura gioverà alla mafia.
«Io sono convinto che ci sia bisogno di prodotti come Gomorra, perché sono pugni allo stomaco. Al napoletano giusto fa male e prende coscienza. Quello non giusto, invece, si specchia e si fa schifo. Roberto è bravissimo, ma ci sono anche altri autori meno conosciuti a livello internazionale, ma che fanno lo stesso coraggioso lavoro. Mi vengono in mente Peppe Lanzetta o Maurizio Braucci».

Rifarebbe «Gomorra»?
«Continuo a ricevere congratulazioni da chiunque. Il mese scorso a San Pietroburgo: si è chiuso il sipario e un uomo dal pubblico ha gridato “complimenti per Gomorra”. Per me, la soddisfazione di fare questo film vale tre Oscar».