«Io, la scomunicata che canta col cuore per tornare bambina»

La cantante ha inciso Baby Berté. «L’ha reso possibile Music Farm che mi ha strapagato»

Cesare G. Romana

da Milano

Scappa da dirle «sei bellissima», citando una sua canzone famosa, quando irrompe sul terrazzo della sua casa discografica, zona Navigli, par d’essere in campagna e il cielo è sempre più blu. Perché la vera bellezza irradia da dentro, serbata, nel caso specifico, tra i rovesci e i successi d’una vita senza risparmio, da «pettirosso da combattimento» - come lei stessa si definì in un album, citando De André. Irrompe col suo look irrequieto, crestina di pizzo sui capelli corvini, striati di bianco, al dito un anello che lampeggia quasi come il suo sorriso. E la precede, col suo passo meccanico, un gattino nero caricato a batterie e coperto di cerotti: «Si chiama Cepu - spiega lei -, in giro di gatti neri non ne vedi più, c’è licenza di ucciderli: dicono che portino sfiga, lo dice anche una pubblicità di questi giorni, che ci stanno a fare le associazioni animaliste?».
Il concetto rimbalza in Mufida - «sorella», in arabo -, brano di Baby Berté, nuovo album di Loredana dopo anni di silenzio. «L’ha reso possibile Music farm, mi hanno strapagata consentendomi di mandare all’aria tutte le regole, le diete, la ginnastica, le levatacce, chissenefrega». Rieccolo dunque, il pettirosso da combattimento: inerme ma pugnace, «com’è giusto in questo mondo dove i discografici e i musicisti sono tutti maschi, dicono: cosa vuole questa qui, è solo una donna».
E tu?, le chiedo. «Io ho detto: spegnete i computer, questa non è una banca, la musica si fa suonando. Tutto di fila, buona la prima. E loro a guardarmi, sbalorditi. Ecco perché escono tanti dischi perfettini e senz’anima. Per le sorelle Berté cantare è aprirsi il petto e mostrare il cuore. Io la voce non la curo: la lascio esplodere». E si sente: Baby Berté è un album a cuore aperto, senz’altri ornamenti che la passione e lo sdegno di chi mette in gioco, con splendente impudicizia, la propria vita. «Della quale non mi pento - dice lei, citando un titolo del disco -: né degli amori sbagliati e pagati, né di chi ho mandato a fanculo. Con un solo rimpianto, avrei potuto rinunciare a qualche viaggio per stare più vicina a Mimì. Quando è morta non credevo che esistesse un dolore così, ho passato dieci anni senza andare al mare e senza portare vestiti scollati, solo ora mi dico: hai fatto la tua penitenza, torniamo a vivere».
Ma Baby Berté - Perché baby? «Perché hai bisogno, a volte, di tornare bambina» - non è solo il diario d’una donna «scomunicata dalla vita». È il commentario d’una civiltà: imbelle, infingarda, cinica. Sgorgato «dalla muffa di questo muro a luci spente/in questo disordine di niente e di tagliole», canta Loredana e tra un brano e l’altro la confortano le voci di Renato Zero, Dori Ghezzi, Ron, Morgan, Asia Argento, Rosita Celentano, Gragnaniello. Un viaggio nel mestiere di vivere, insomma, tra omaggi a Baudelaire, «il poeta del bacio dell’inferno», Mickey Mouse, Bukowski, Janis Joplin «che i ragazzi d’oggi non conoscono, sono troppo occupati ad ascoltare i Subsonica». E indirettamente a Pasolini, attraverso Una vita sbagliata di De André, rifatta in una versione da brividi.
Sullo sfondo, ma mica tanto, c’è «un paese in ginocchio, dove comandano duecento partiti e sei costretto a votare sempre il meno peggio. Un mondo arrivato alla frutta, ma avvelenata. Dove le piazze sembrano cimiteri, o parcheggi, e il gusto del bello va a puttane, guarda piazzale Cadorna. Dove non riescono ad acciuffare nemmeno l’Unabomber, figurarsi poi Bin Laden, uno spilungone di due metri, dializzato, che gira con l’asta delle flebo. In compenso le persone per bene sono costrette a morire: guarda Mimì, mia sorella». E la musica? «Ormai la fanno le macchine, aridateci i grandi album vissuti, veri, scritti dal cuore. E date carta bianca alle voci autentiche, Dolcenera, per esempio: un talento puro, in mano a persone che non so se la capiscano. Smettiamola di considerare la musica un genere merceologico: la canzone è sfogo, rabbia, via d’uscita. Da cosa? Da un calvario. Dall’assenza di stelle che ti porti conficcata dentro, dall’infanzia. Dai compleanni che non hai mai potuto festeggiare: sempre in giro per il mondo, persa nei tuoi casini e anche nei successi, perché no».
E ora? «Ora c’è questo disco, che sta ottenendo una grande attenzione, perché è un disco vero. E poi un gran concerto, allo Smeraldo, sotto Natale. Ripreso da Sky, con i nuovi brani e quelli storici: che è come raccontare la trama della mia esistenza. Lasciando che a cantare sia, come al solito, il cuore, il computer lasciamolo ai commercialisti».