«Io, scrittore palestinese nella City, ora temo per gli islamici moderati»

Samir El-Youssef: «È facile usare le bombe come arma psicologica contro l’intera comunità musulmana»

Francesca Amé

Rashidia è il nome del campo profughi palestinese nel sud del Libano dove Samir El-Youssef è nato, quarant'anni fa. Venticinquenne arriva a Londra, negli anni Novanta si laurea in filosofia e completa un master in materie artistiche alla University of London. Poi comincia a scrivere: romanzi, racconti, saggi, interventi sulla stampa anglosassone e su quella araba (è praticamente bilingue). Ha scritto di recente una raccolta di racconti a quattro mani: il volume si intitola, non a caso, Gaza blues (edizioni e/o) e il suo compagno di lavoro è stato il quasi coetaneo israeliano Etgar Keret, penna molto amata dalla nuova generazione di Tel Aviv. Giovedì era nel suo studio: in assoluto silenzio, lontano dal centro, non si è accorto di nulla. «È stata la telefonata di un amico a dirmi che erano avvenuti degli attacchi terroristici in città. Era già pomeriggio: ho subito acceso la tv. La mia famiglia mi ha chiamato giovedì sera per sapere se stavo bene: quando qualcuno ti chiama dal Libano perché è preoccupato per te che vivi tranquillo a Londra, allora che capisci che siamo tutti parte di una comunità globale, ugualmente vittime della violenza, del terrorismo, della guerra».
Quali sono stati i suoi primi pensieri dopo aver saputo dell'attacco?
«Londra è la mia città, qui vivono i miei amici: avrei potuto esserci io, su quell'autobus o su una di quelle carrozze della metropolitana. Inutile negare: all’inizio hai paura».
E poi?
«Mi considero una persona che appartiene a più di una cultura e questo attacco ha rafforzato in me la convinzione che tutti, a Londra o in qualsiasi altra città, debbano rafforzare la propria identità comune contro chi predica la divisione».
Vietato parlare di scontro di civiltà?
«Non rispolveriamo argomentazioni stantie come questa. Chiunque di noi si sia impegnato in passato in campagne contro il razzismo nei confronti degli arabi o dei musulmani non può permettere che ora un manipolo di fanatici stravolga il valore delle proteste attraverso attività criminali e omicidi di massa che nulla hanno a che fare con la religione».
La comunità musulmana di Londra ha duramente attaccato l'atto terroristico.
«I musulmani moderati sono molto preoccupati: sono i primi a pagare di persona per attacchi come questi. È facile usare le bombe nella metropolitana come arma psicologica contro l'intera comunità islamica».
A proposito di metropolitana: the Tube è, sin nel nome, un simbolo planetario della città.
«Cerchiamo di essere pratici: non penso che gli attacchi alla metro di Londra abbiano un carattere simbolico. Piuttosto, i terroristi hanno usato questa tecnica perché volevano colpire più persone possibile o, ancor più precisamente, creare ovunque caos e panico. La metropolitana è un target facile: nessuno ti può fermare o perquisire all'ingresso, né impedire di usarla o di avvicinarti a una stazione».
All'indomani dell'attentato, eravate tutti al lavoro.
«I londinesi sono persone pragmatiche: purtroppo è da qualche anno che ci si aspettava un attentato terroristico nella City. Ci sono stati tanti falsi allarmi in passato e questo ha forse preparato la gente all'eventualità. Tuttavia credo che sia la natura stessa di Londra ad aver spronato le persone a rimanere calme e a procedere, non appena hanno potuto, con la vita di sempre. In inglese si dice awareness. E poi Londra è troppo grande e troppo ricca, in termini di diversità culturale, per essere annientata».
francesca.ame@tin.it