"Io, scrittrice femminista, racconto il dramma dell’aborto"

Intervista a Shelley Klein, che nel suo romanzo &quot;Tra di noi&quot; racconta la storia di una coppia in crisi: lei che decide di abortire, lui che vuole il figlio. A tutti i costi <em>(foto di Nicola Vickery)</em><br />

Si considera femminista e pro aborto. “Al cento per cento, per chi ne ha bisogno davvero”. Eppure Shelley Klein, scrittrice e saggista scozzese, comincia il suo romanzo Tra di noi con la descrizione choc di un’operazione di raschiamento. Il suo libro, appena pubblicato in Italia da Elliot Edizioni (pp. 308, euro 17,50) , è la storia di una giovane donna irrequieta che vuole abortire e dell’uomo, più grande di lei, che cerca in ogni modo di convincerla a tenere il bambino. Il loro bambino: di lui e di lei. Alla fine sarà il bimbo a sopravvivere: un feto mantenuto in vita grazie all’incubatrice, perché la sua mamma è stata uccisa. “È la tecnica che annienta il dono della maternità”. Shelley Klein ne parla, al telefono, dalla sua casa in un villaggio di pescatori in Cornovaglia.
La descrizione iniziale dell’aborto nel suo libro è molto cruda. Perché?
"Sono assolutamente favorevole all’aborto per chi ne ha davvero bisogno, ma credo che non sia una decisione da prendere alla leggera. Non condanno nessuno, è un diritto della donna, però dev’essere valutato seriamente: non può essere un’altra forma di contraccezione".
Il protagonista del romanzo, uno scrittore di thriller, vuole a tutti i costi avere il bambino, al contrario della sua ex compagna. A un certo punto il dottore gli dice: "Chi può dire che uccidere la madre e mantenere il feto in vita sia meno accettabile di abortire il feto e tenere in vita la madre?". E’ così?
"Quella è una frase sconvolgente, pronunciata da un uomo molto arrabbiato con le donne. Uccidere una donna è omicidio. Ma, per i gruppi antiabortisti, anche l’aborto è omicidio. Ci sono due vite coinvolte. I progressi scientifici consentono sempre più spesso di mantenere in vita il feto anche molto prematuro. Credo che nei prossimi anni si arriverà a un punto in cui la donna sarà superflua, il bimbo sopravviverà al di fuori del grembo materno. Una prospettiva agghiacciante".
In che senso?
"Alle donne racconteranno che è una grande conquista, una grande libertà. Cambieranno i loro diritti. Ma il nostro potere più grande è quello di essere madri, è il dono della maternità. Il segreto della donna, e ciò che la rende diversa dagli uomini, è il suo essere creatrice di vita: è tutta la sua forza. Perderla sarebbe un dramma. Mi considero femminista: perciò credo che le donne debbano tenersi stretto il dono della vita, il loro ruolo di madri. Ed è per questo che, anche sull’aborto, devono essere caute".
Perché ha deciso di parlare di aborto dal punto di vista di un uomo?
"Il tema della maternità e dell’aborto mi ha sempre affascinato: la vita che cresce dentro di te, i cambiamenti nella relazione fra uomo e donna, le emozioni coinvolte. Il protagonista del romanzo è un uomo sgradevole, ma volevo suscitare un dibattito. Negli anni Ottanta un uomo inglese per la prima volta portò la compagna in tribunale per impedirle di abortire. Perse la causa, ma non ho mai dimenticato la sua ansia di avere un figlio".
Gli uomini hanno diritto di dire la loro?
"Credo che la decisione spetti alla donna. Che però proprio per questo ha una grande responsabilità verso di sé. Il vero femminismo oggi è questo: rispettare se stesse e il proprio corpo. Perciò l’aborto non può mai essere preso alla leggera, non può essere un contraccettivo, non può essere deciso per motivi futili, come andare in vacanza. Le donne che si comportano così non si fanno nessun favore. Non condanno chi lo fa ma vorrei che le donne ci pensassero un po’ di più. Anche se devono soltanto inghiottire una pillola".