«Io, segretario diessino col federalismo nel sangue»

Maurizio Martina, di Bergamo, 29 anni, candidato in Lombardia ai vertici del partito dei Democratici di sinistra

«Piuttosto dite che sono un imbecille o un ornitorinco della Val Seriana, ma non chiamatemi baby-segretario». Maurizio Martina non è un bambino, è nato nel 1978 (a Bergamo, non in montagna) e a 29 anni si prepara a diventare segretario regionale dei Ds, l’ultimo prima del salto nel buio del Partito democratico. Un passaggio accidentato, tra minacce di scissione, mal di pancia dei vecchi nati sotto falce e martello, correntisti in fuga dalla Quercia e chi più ne ha più ne metta. Verrebbe da pensare che sia una polpetta avvelenata che altri non hanno voglia di addentare, ma lui non si scompone. «Non mi spiace essere l’ultimo segretario dei Ds perché spero di dare un contributo affinché la nostra cultura vada dentro il Partito democratico. Non la vivo come una stagione finale ma come un’occasione».
Perdere pezzi di partito per strada può essere un’occasione per eliminare le ambiguità?
«È un momento di rafforzamento della cultura politica riformista, è un confronto vero e ci si misura anche con ipotesi come la scissione. Il tema in Lombardia è se la politica e le istituzioni aiutano a andare verso la modernità e ho sentito troppe persone dirsi riformisti sulla carta. È importante costruire un soggetto che esprima proposte chiare, magari su alcuni temi come l’ambiente perfino più radicali di quelle cosiddette riformiste».
A proposito di chiarezza, che cosa ne dice delle infrastrutture e degli stop che arrivano da sinistra?
«Su Bre.Be.Mi, Pedemontana e Tem il centrosinistra ha dato un contributo importante nelle ultime settimane ma non basta. Bisogna monitorare tempi e modi, essere cani da guardia di queste questioni. Dobbiamo essere celeri, velocizzare, altrimenti rischiamo di costruire infrastrutture già vecchie».
Qual è il suo politico preferito?
«Il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, per la capacità e per il coraggio politico che ha dimostrato. Ha chiesto il consenso sulla sua proposta di governo, si è presentato senza Rifondazione e ha vinto».
Vuol dire che si può governare senza Rifondazione?
«Non mi piace il dibattito Rifondazione sì, Rifondazione no, io dico: Rifondazione viene dopo. Ovvero dopo la scelta di un progetto politico, su cui poi si possono cercare alleati. E infatti Chiamparino oggi governa con Rifondazione. Ma su temi come le infrastrutture abbiamo il dovere di essere chiari».
Rifondazione in consiglio regionale ha votato contro il federalismo e c’è chi sostiene che dire sì sia stato un regalo a Formigoni. Lei che ne pensa?
«Non sono d’accordo e dico no a un dibattito autoreferenziale in cui se dialoghi vieni tacciato di “inciucismo”. La prima responsabilità della politica è confrontarsi con gli interessi del territorio e arrivando da Bergamo, io il federalismo ce l’ho nel sangue. Il voto conferma che si è aperta una stagione di lavoro molto concreta e poco ideologica e l’Ulivo può far capire che dopo un periodo di slogan senza risultati utili adesso c’è una via reale. Rifondazione è sempre stata di opinione diversa, sin dalla riforma del titolo V».
Quali tempi per la nascita del Pd in Lombardia?
«Dopo il congresso nazionale, da giugno e per tutto l’autunno lavoreremo per la fase costituente. Si sta allargando la distanza tra rappresentanti e rappresentati e i partiti sono agli ultimi posti nella fiducia. La prima questione è dotare la sinistra lombarda di una politica adeguata e aperta al dialogo con il sociale e le categorie produttive».
C’è bisogno di svecchiare la classe politica dell’Unione?
«C’è un problema di rinnovamento in generale, è tutto il Paese a avere classi dirigenti anziane. Detto questo, di per sé il rinnovo generazionale non è una garanzia. Non vale il “basta che sia giovane”, poi bisogna pensare in autonomia».
Il suo politico di centrodestra preferito?
«Ho sempre apprezzato la linearità di Marco Follini».
Non è più di centrodestra.
«Mi piace Tabacci, produce pensiero».
Lei è mai stato comunista? Quali sono i suoi modelli politici?
«Apprezzo l’impegno sindacale di Luciano Lama, la sua capacità di andare oltre gli interessi particolari, e Sandro Pertini, a cui ho preteso di intitolare la mia sezione dei Ds in provincia di Bergamo. Politicamente sono nato nell’Ulivo, ho iniziato nel ’94-95, a scuola, nella stagione del primo Berlusconi».
Che giudizio dà di Berlusconi?
«Non condivido quasi nulla ma gli riconosco che spesso ha saputo capire gli umori del Paese e sintonizzarsi con la pancia degli italiani più di noi. L’episodio delle sue critiche alla Confindustria a Vicenza ci deve insegnare qualcosa. La prima reazione è stata pensare che fosse alla frutta e avesse perso le staffe, invece ha capito che c’è un mondo confindustriale che quelle cose le pensa davvero e che una parte importante dell’impresa viveva quella fase in quel modo. Comunque, anche se posso condividere le analisi, penso che dia risposte politiche sbagliate».
Chi voterebbe in Francia?
«Non ho dubbi, Ségolène Royal».
E Hillary Clinton negli Stati Uniti?
«No, sto con Obama perché interpreta la proposta più innovativa, ha capito la lezione data dalla sconfitta del 2004 e si misura su temi come l’innovazione e la sicurezza dei cittadini».
Favorevole al corteo Moratti per la sicurezza?
«Le istituzioni hanno il dovere di dare risposte concrete e non di scendere in piazza. Non mi risulta che a New York il sindaco Rudolph Giuliani l’abbia mai fatto».