"Io senatore, vi racconto la Liberazione"

La testimonianza di Guzzanti: Siamo stanchi ma felici dopo la giornata commovente in cui il professor Prodi si è confermato un protervo e, politicamente parlando, un cretino". Di notte a roma si festeggia per strada come durante i mondiali

Roma - Torni a casa di notte in una Roma da Mondiali di calcio: la gente è per strada non soltanto per festeggiare la caduta del governo, ma per esprimere un senso di liberazione che fa salire le lacrime agli occhi. Mi accorgo che una sensazione così la provai quando fu sventato il golpe neosovietico in Urss che ci stava riportando nell’incubo della Guerra Fredda. Stavolta è qualcosa di simile e denso, profondo. Prima di tornare a scrivere ci fermiamo per una bicchierata a casa di Silvio Berlusconi che sembra già sul ponte di comando, o meglio sul ponte di Messina che sarà uno dei dieci punti del suo nuovo governo insieme all’abbattimento delle tasse e alla cancellazione dell’Ici.

Che succede adesso? Niente governo istituzionale, niente papocchi, dritti alle elezioni con la vecchia legge, cosa che del resto vogliono in moltissimi anche a sinistra. Siamo tesi, sudati, stanchi, felici. E la giornata in Senato è stata avvelenata da queste voci dissennate sul tradimento che non c’è stato. E voglio, da senatore della Repubblica, da uomo che sta a cavallo fra giornalismo e politica, gridare a tutti che è stata una grande balla e una grande porcata quella di dire che non avremmo creato le condizioni per il ritorno alle urne a causa dei due anni sei mesi e un giorno per la pensione. Il veleno mefitico dell’antipolitica seminato a piene mani anche da destra, l’irresponsabilità della delegittimazione di chi lavora per il Paese, tutto questo ci ha tenuto su, ci ha animato, ci ha afferrato le budella in questa giornata in cui abbiamo assistito al comico suicidio del nostro uomo, del professor Romano Prodi che si è confermato un protervo e, politicamente parlando, un cretino.

«Io non capisco chi gliel’ha fatto fare a farsi scaricare addosso tonnellate di fango e incassare il voto di sfiducia che lo mette fuori gioco per un reincarico», commentava Berlusconi con un calice di prosecco.

Già, niente reincarico. E allora? È ovvio e lo sa anche Napolitano il quale proprio ieri diceva ai suoi che sì, lui vorrebbe una legge elettorale diversa, ma che ad impossibilia nemo tenetur, non si possono fare le cose impossibili. E dunque ci sarà forse un passaggio pro-forma di incarico per un governicchio di riforme, ma la nostra linea di senatori liberali è di dire di no e convincere Casini a non cedere a tentazioni, cosa che peraltro sembra già difficile. La giornata dunque. I ricordi si affastellano e si comprimono. Alle otto e trentasette di sera abbiamo vinto, questo lo ricordo perché qualcuno contava i voti. Abbiamo applaudito. Prodi è scappato come un coniglio.

La giornata, dunque. La giornata a Roma era serena e tersa e limpida e chiara e assolata e festosa, quel 24 gennaio del 2008. I banchi del governo erano affollati come allo stadio e mancava D’Alema. Prodi ha detto poche cose e poi ha taciuto e mezzo Senato lo ha applaudito chiedendosi se dovranno entro due mesi cambiare mestiere. Cambieranno mestiere. E per quelli con meno di trenta mesi e un giorno, non ci sarà pensione. E la casta non esiste. Corro nel salone Garibaldi perché mi chiamano dalla televisione francese e mi perdo la scena madre di Barbato che dà del cornuto e mafioso a Cusumano che a sua volta ha avuto l’assistente assunto dal governo e dunque vota sì prendendosi uno sputo in faccia da tre metri, mira pazzesca, sicché sviene dando la stura a una geremiade di comiche rimostranze delle sinistre. Fisichella fa un intervento contorto e non si capisce come voterà: alla prima chiama sarà assente e alla seconda voterà no. Voterà no anche Dini e voterà no Mastella che è febbricitante e legge una poesia di Neruda e ha l’aria simpatica da filibustiere sentimentale.

La giornata, dunque è stata tesa per via delle voci sui traditori. Non ha tradito nessuno. Tutto è stato magnifico, teso, limpido come il cielo di Roma, della stessa Roma che mentre scrivo è scesa nelle strade e accende fuochi e sventola bandiere e suona i clacson. I ricordi sono disordinati. Il presidente Marini ha detto che il Senato è convocato domicilio, come dire tutti a casa.

Ecco gli appunti con Turigliatto, questo matto anarchico più che comunista che vota da sinistra contro Prodi, ecco Andreotti che molla tutti e se ne va come se si fosse ricordato che deve andare a ritirare la posta, ecco Cossiga che viene a dirci un’altra volta che lui vota Prodi per il Kosovo, ecco Dini che vota no e prende una marea d’applausi e il Senato di nuovo sembra la plaza de toros, con applausi ad ogni veronica, cioè ad ogni voto di gente che era stata col governo e ora lo molla.

Dini sa che può tornare a casa nel centrodestra, idem Mastella, noi siamo affettuosi e generosi, la politica non ha memoria, non conosce vendette, ha un suo tempo e ritmo e si deve soltanto pensare a dare agli italiani un governo che riprenda l’Italia che sta affondando, che cola a picco e la rimetta in linea di galleggiamento, la faccia ripartire. Prodi replica che lui l’Italia l’ha fatta ripartire benissimo e tutti mormorano, e a sinistra nessuno lo difende perché nessuno lo ama anche se prende alcune bordate di applausi di circostanza, più stizziti che altro. Si formano capannelli, la gente si alza in piedi perché siamo stremati dalle ore passate sui sedili del Senato che furono concepiti quando l’altezza media era di venti centimetri inferiore a quella di oggi. Un inferno quelle sedie vellutate.

Alle 19.15 avanziamo le prime previsioni: 159 no e 157 sì. Ma poi le cose andranno meglio e arriveremo a 161. Cesare Salvi parla e dice per la prima volta parole mortali: «Sappiamo tutti come finirà questa sera». È la prima volta che la sinistra formalizza la propria sconfitta. Una sconfitta politica. Hanno fatto tutto da soli.

Senza una politica comune, senza nulla in comune, irati contro Veltroni, irati contro il Partito democratico che già appare spaccato in tre. E mi tocca persino udire Gavino Angius, questo tosto comunista sardo roccioso e implacabile che dice: «Io avevo avvertito che le elezioni del 2006 si erano chiuse con un pareggio e che non si poteva governare così». Adesso tutti ammettono di aver avuto torto fin da subito, fin da sempre. Ammettono che il governo non ha soddisfatto l’estrema sinistra e non ha soddisfatto i riformisti e gli italiani lo odiano e le famiglie non arrivano al 20 del mese e la recessione avanza e l’inflazione avanza e tutto il Paese è diventato lo zimbello del mondo, con l’immondizia di Napoli, il Papa cacciato dall’Università. Prima che inizi la chiama per votare parla la Finocchiaro che svolge un compitino smilzo e perbenista, di puro comunismo scolastico, piatto e banale di quelli che mandano in visibilio alcuni senatori di Forza Italia e non ho mai capito perché.

La toreata va avanti, i votanti passano sotto la presidenza del Senato e Marini osserva: lui probabilmente riceverà un incarico esplorativo per vedere se si potrà fare un governo per la riforma elettorale, ma si sa già che il tentativo è destinato a cadere.

Alle 20.25 gran fermento. Ce l’abbiamo fatta, è quasi sicuro, no anzi è sicuro, è fatta davvero. Dov’è Prodi, tutti chiedono dov’è Prodi. Uscito dalla comune ancora con il trucco in faccia. Sapremo poi che la Maserati di servizio che avrebbe dovuto portarlo a casa si è rifiutata di partire e dopo un po’ è dovuto salire sulla macchina della scorta. Sfigatissimo. L’annuncio finale di Marini è accolto dagli applausi frenetici che avrete visto in televisione, ma quello che prevale è un senso di liberazione, di commozione per il ritorno a valori di libertà e sono sicuro che chi non la pensa come noi non lo può capire, noi non vogliamo un’Italia sovietica, intercettata, fatta di gabelle e prediche severe, di malversazioni spacciate per buon governo, la gente vuole i treni, le infrastrutture, i posti di lavoro, vuole andare e vedere e leggere e dire quel che cavolo gli pare e non vuole essere pedinata, esortata, ammaestrata dalla televisione dei dittatori che hanno assunto il potere nei gangli della comunicazione. Pensiamo tutti alla patria, al Paese, all’Italia ma nel senso degli italiani, della gente che ci sta intorno, dei figli e dei padri e delle madri, pensiamo a un Paese moderno e questa caduta di Prodi ci sembra la caduta dell’uomo nero e anche la caduta dell’uomo ridicolo che avrebbe dovuto andarsene in punta di piedi e invece ha voluto andar via con una fanfara di pernacchie e di contumelie, veramente con le ossa rotte, l’immagine distrutta. La sinistra ha provato a governare l’Italia e ha fatto un disastro. Un disastro annunciato. Incapacità, arroganza, prepotenza, il caso Speciale, l’assalto al cda della Rai, l’assalto ai servizi segreti, alla polizia, ai centro nodali dello Stato, è stato un governo d’occupazione militare che bisogna smantellare e spazzare via col lanciafiamme, di cui bisogna distruggere ogni effetto, ogni atto, tutto perché non c’è nulla di buono di cui si possa dire, come si dice del governo Berlusconi, «be’, questo possiamo mantenerlo nell’interesse del Paese». Nell’interesse del Paese il governo Prodi deve essere cancellato come una parentesi nefasta nell’era del ritorno ai valori liberali.