«Io, senatore voltagabbana? Non lascerò il centrodestra»

L’esordiente Di Bartolomeo (Fi) nega di essere «un uomo di Mastella»

Gianni Pennacchi

da Roma

Che i nervi siano scoperti, nel foro boario apertosi in Parlamento col passaggio della Finanziaria da Camera a Senato, lo rivelano le smentite di notizie che nessuno aveva dato. E le conferme invece, di «novità» che son pronte a scodellarsi presto a Palazzo Madama. Anche Silvio Berlusconi del resto, respinge le «accuse» mossegli dal ministro Vannino Chiti e lo sfida a «fornir le prove», ma indirettamente conferma che gli abboccamenti e i contatti ci sono. E se definirlo «mercato delle vacche» risuona politicamente scorretto, chiamatelo più leggiadramente «calciomercato».
È pur vero che i reali interessati al salto di fronte - ce ne sono in ambo gli schieramenti - devono tacere per obbligo naturale, sino almeno alla maturazione della conversione. Tant’è che quella di Gino Di Bartolomeo, subentrante senatore forzista al posto del governatore molisano Michele Iorio, più che una smentita suona come il giuramento che mai e poi mai cederà alle lusinghe dell’Unione. E pur se ci si era limitati a scrivere che «viene visto con sospetto» perché «ha un fresco passato mastelliano» - fino a gennaio scorso stava nell’Udeur - Di Bartolomeo ha risposto ieri con una lunga nota: «Smentisco categoricamente quanto scritto su alcuni quotidiani nazionali che mi indicano come “uomo di Mastella”. Si tratta di notizie false e tendenziose, che sono lontane anni luce dalle mie reali posizioni. Devo tutto a Forza Italia e sono molto vicino al capogruppo azzurro a Palazzo Madama Renato Schifani. Ho sentito telefonicamente il presidente Berlusconi, che incontrerò al mio insediamento. Mi presenterò al Senato con alcune proposte di legge, in particolare contro le liberalizzazioni della droga imposte dalla Turco e per un migliore e più funzionale assetto dei dipendenti pubblici, lavorando con trasparenza e determinazione per il mio partito e il centrodestra. Dipendesse da me, il governo Prodi è già caduto».
Rivelatrice però, è anche la risposta che il leader della Cdl ha dato ieri ai giornalisti a proposito della «denuncia» del ministro per i Rapporti col Parlamento, che lo accusava di tentar di comprare senatori dell’Unione. «Questa accusa già da sola dimostra con chi abbiamo a che fare. Se avessero prove fondate, bene: ci portassero le prove. Soltanto in questo caso potrebbero avanzare un'accusa di questo genere che è assolutamente infondata», ha irriso Berlusconi senza però negare almeno i colloqui: «Se ci è anche proibito parlare con persone che sono amici e che siedono nei banchi della maggioranza, per discutere pienamente con loro e alla luce del sole degli inconvenienti prodotti al Paese da questo governo e di ascoltare le loro lagnanze, che sono tantissime, per come si trovano in questa maggioranza, allora non ci sarebbe libertà». Chi sono questi amici?, han prontamente domandato i cronisti. E lui, ancor più prontamente: «E che lo vengo a dire a voi? Se lo dicessi nessuno parlerebbe più con me. Mi piacerebbe che fosse qualcuno di loro a dirlo».
Se la Cdl conta sulla spallata per far cadere il governo al Senato? Berlusconi precisa: «Nessuno di noi ha usato il termine di spallata, che è giornalistico. Noi però speriamo sempre che nell'ambito dei senatori della sinistra esistano dei gentiluomini di buona volontà e di buon senso che si vergognino di restare in un'accolita di governo, in una maggioranza che è una coalizione di potere ma non politica, essendo tutti i partiti divisi tra di loro».
Insomma, il movimento c’è e si vede. Da ambo le parti se Mauro Fabris, capogruppo dell’Udeur a Montecitorio, sorride e conferma: «Aspettate i prossimi giorni».