«Io, siciliano doc, allevato con il soul di Otis Redding»

In vetta alle hit con «This Is What You Are», ha duettato a Sanremo con Amalia Gré: chi è il cantante lanciato da Fiorello con la voce di Barry White

da Milano

«Nel 2004 mi inventai un progetto musicale e con lo pseudonimo “Was a Bee” incisi un pezzo soul per il mercato orientale. Divenne un successone in Inghilterra, dove entrò in classifica e fu uno dei pezzi più trasmessi dalle radio». Ma guarda gli scherzi del destino! Quella canzone è ancora in circolazione, si intitola (come allora) This Is What You Are e, anche se non ne conoscete il titolo, l’avrete canticchiata almeno una volta perché è un (piacevole) tormentone di questi ultimi mesi con la benedizione di Fiorello. La canta Mario Biondi, siciliano con una voce nera che più nera non si può, e questa settimana l’ha portata al numero uno della hit parade con l’album Handful of Soul. Che incroci ragazzi! Un disco di pop soul dance cantata dal nuovo «negro bianco», come veniva chiamato un tempo Fausto Leali. Ma qui il clima è diverso, impasto di ritmo e melodia, il supporto dell’High Five Quintet (in cui spiccano Fabrizio Bosso e Daniele Scannapieco) e soprattutto la voce scura, potente, toccante su suoni prosciugati dal sentimentalismo. Insomma guardando le star di rango dalla vetta della classifica, con 100mila copie vendute, il duetto con Amalia Gré a Sanremo e il quinto figlio in arrivo tra un paio di mesi, se non è questo l’anno d’oro di Mario Biondi... «Sì, ma guai ad esaltarsi. Ho avuto la fortuna di entrare nel business dalla porta principale. Mi considero un umile operaio al servizio della Signora Musica, anche se non voglio essere ipocrita. Anche questo è un mestiere che si fa per la gloria ma anche per il denaro».
Ma da dove tira fuori quella voce così «black».
«È una predisposizione naturale, che per fortuna si è sposata subito con i miei gusti musicali».
Che sono?
«Il soul a cavallo del rhythm and blues, quello di Otis Redding e Bill Withers, di Booker T. & The MG’s e di Michael McDonald».
Nato e cresciuto in Sicilia come ha scoperto il soul?
«Ho fatto fatica e sono stato anche osteggiato per il mio modo di cantare “sporco” rispetto alla semplicità della melodia italiana».
Le sue radici musicali?
«Ho imparato tutto in casa. Mia nonna era una cantante lirica di successo ai tempi dell’Eiar; il suo nome d’arte era Tina Adolfi. Mio padre, Stefano Biondi, era un cantautore, ha partecipato al Disco per l’estate e ha scritto canzoni per Nico e i Gabbiani, Christian e molti altri. Grazie a lui sono entrato nell’ambiente e ho comperato le prime cassette soul».
E poi quando si è lanciato?
«Nel 1988, a 17 anni cantavo sette sere su sette al Tout va di Taormina. Finivo la stagione stremato ma quanta esperienza. Cantavo i brani dei Commodores, di Bill Withers, di Billy Joel ma spesso dovevo scendere a compromessi col pubblico e interpretare brani di Zarrillo o le canzoni di Arbore. Lì ho incontrato Di Capri, Bongusto, Califano e Ray Charles, un mito anche se l’ho capito troppo tardi».
Cioè?
«Ho aperto il suo show, poi si sono abbassate le luci, lo hanno accompagnato sul palco, s’è seduto al piano e ha attaccato I Cant Stop Loving You. Ho avvertito qualcosa d’incredibile ma senza capire perché, non faceva parte della mia cultura, non ne avevo coscienza».
Qualcuno ha paragonato un brano come Gig allo stile di Cole Porter.
«Io ringrazio e porto a casa, ma quel brano nasce da una melodia italianissima; aveva un giro armonico che mi piaceva molto e un grande senso dello swing».
Come ha vissuto Sanremo?
«Con serenità. Baudo è un grande, ha rilanciato la musica e attraverso la musica ha lanciato il suo messaggio. Con Amalia Gré abbiamo fatto un’ottima coppia perché siamo diversi caratterialmente ma affini per gusti musicali. E poi il suo pezzo era d’atmosfera, molto anni ’60».
Nuovi progetti?
«Ad aprile partirà un giro di sei concerti. lo sto organizzando ora. Sicuramente sarò a Roma e a Milano con l’High Five Quintet in versione allargata e un’orchestra di dodici archi».