«Io, solista del mitra, ho paura se le mie figlie escono di sera»

Parla Luciano Lutring, 280 assalti, 14 anni di carcere ai lavori forzati

da Milano

LucianoLutring, ha sentito dell’assalto al portavalori sull’A4, lunedì?
«Certo. E sa che le dico? Per me sono stati gli stessi del colpo col buco alla gioielleria Damiani di Milano».
Ma lei dove si trovava lunedì sera? Ha qualcuno che può confermarlo?
Sorride il baffo sornione del “solista del mitra”, è lo stesso ciuffo ricurvo che negli anni 60 faceva sparire solo per sfuggire ai confronti «all’americana» per uno dei suoi 280 colpi. Parlare con lui è come teletrasportarsi nella Milano di allora. Anche se Lutring, oggi pittore e scrittore, nonché lucido lettore di cronaca nera, non vive di nostalgia.
«I tempi “dell’imprendibile”, di Lutring “nemico pubblico numero uno” sono finiti appena messo piede in carcere. Avevo sfidato il mondo, ma con davanti 20 anni di lavori forzati, semplicemente ammisi la sconfitta. Lunedì sera? Ho 71 anni, ero nella mia casa sul lago Maggiore, lontano dalla mia Milano che non riconosco più. Proprio come lo stile del colpo sull’A4. Quelli hanno fatto i fuochi d’artificio con i kalashnikov, potevano fare morti. Io non ne ho sulla coscienza».
Perché la fuga da Milano?
«Perché ora è pericolosa».
Se lo dice lei che a Milano ha svuotato decine di banche. Qualcuno avrà fatto piangere anche lei.
«Ma anche sorridere. Quando facevo una ligèra, un colpo in banca, portavo via anche le cambiali e le bruciavo, e addio debiti per tutti. Sa cos’è cambiato? Noi rispettavamo la vita».
Ma morti allora ce n’erano
«Rapinavamo le banche, ma nel mio mondo una persona degna di rispetto a un povero cristo non avrebbe torto un capello. Se hai i coglioni non rubi i soldi a una povera pensionata. E nemmeno fai come quello che a Parma ha rapito un bimbo e l’ha ucciso a palate».
Di lei si diceva che non avesse paura di niente.
«Ora invece ho paura».
Per se stesso?
«No, ma per le mie figlie. Quando sono fuori non riesco a dormire finché non mi avvisano di essere a casa».
Cosa teme?
«Natasha e Katiusha sono due ragazze di vent’anni, fanno un po’ d’animazione nei locali e quando rincasano la notte devono attraversare un boschetto. Se andassero con un criminale e si divertissero pure, niente da dire. Ma se qualcuno abusasse di loro, le oltraggiasse, le uccidesse, come succede ora... Nella cosiddetta Milano calibro 9 le donne erano intoccabili».
Sono cambiati i criminali?
«Oggi i politici generosamente fanno entrare tutti in Italia, buoni e cattivi. Mi ricorda quando mandarono i mafiosi al confino, i parenti li raggiungevano e ricostituivano “la famiglia”».
Vede legami con l’oggi?
«Vengono qui, delinquono e fanno pure il “ricongiungimento familiare”. A Milano si stanno creando bande di cinesi, gente dell’est, nordafricani, pronti a combattersi per spartirsi il territorio. E al posto delle regole della malavita c’è un arrivismo, una spregiudicatezza che fanno spavento. Mentre la galera non fa più paura».
Strano sentirlo dire da chi ha passato dentro 14 anni e poi, unico in Europa, è stato graziato da due presidenti.
«Per quel perdono io ho sofferto. In carcere in Francia lavoravo e con i proventi pagavo pure le spese carcerarie. All’uscita avevo dei soldi da parte per rifarmi una vita. Ora se hai la patente scaduta è un guaio, se rapini una banca esci subito. Qui l’indulto è stato indiscriminato. E per di più fatto in estate. Se ti liberano a Milano in agosto che ti resta da fare? Rubare. Alla fine ci rimette il sciùr Brambila, l’uomo comune».