Piera Degli Esposti: "Ci vuole un bel coraggio a far l'attrice senza lifting"

"In poche mostriamo sullo schermo la faccia originale. Mi piace rischiare nella vita come negli amori. Nel nostro lavoro però ci vuole un'armatura e non bisogna toglierla mai"

«Il commissario di polizia. Ecco, d'interpretare un commissario non me l'ha ancora chiesto nessuno. E non sa quanto mi piacerebbe! È il mio sogno, guardi, proprio la parte per me. Lo meriterei, ho l'età giusta, non trova? Miss Marple e Jessica Fletcher non sono mica giovani!».

Cosa ci trova di così accattivante?

«Sa cosa mi disse Pier Paolo Pasolini al provino per la sua Medea , che poi interpretai a fianco di Maria Callas? “Mi piace la tua faccia perché non è da attrice”. Ecco, Peter Falk e Horst Tappert, il tenente Colombo e l'ispettore Derrick per intenderci, hanno facce sgangherate, ma giuste per quel ruolo. Come la mia. Una faccia vera, senza lifting. Da antidiva. E ci vuole coraggio sa?».

Cosa significa per lei avere coraggio a mostrare una faccia? Il cinema in fondo in questo dovrebbe facilitare gli attori, no?

«Voglio dire che ci vuole coraggio a mostrare sullo schermo una faccia come la mia, non rifatta. E pensare che io ho cominciato a fare più cinema dopo i 60 anni. E in un Paese che non è certo quello delle Judi Dench, un P aese dove la Magnani quando è morta non lavorava più da dieci anni. In un Paese così “giovinologo” io ho fatto contropiede, ho dimostrato coraggio».

Piera Degli Esposti sostiene che gli attori sono dei guerrieri, con l'armatura, sempre al fronte, con una vita tempestosa e piena di inconvenienti. E che devono stare all'erta perché sono in guerra perenne. Proprio quando pensano che possono starsene tranquilli e magari si lasciano andare, infatti, rischiano di farsi manovrare, errore che non devono commettere mai. Lei pensa che a manipolarti ci sia già lo spettacolo, la parte che interpreti. E, a proposito di vite tumultuose in Storia di Piera - un libro scritto con Dacia Maraini che poi diventò un film di Marco Ferreri e, molto più recentemente un documentario, Tutte le storie di Piera, di Peter Marcias, che le è valso il Nastro d'argento speciale - emergono tutti i suoi guai, le fragilità, i problemi di salute. A cui si è sommata, qualche anno fa, la morte improvvisa di un compagno giovane. Eppure, parlando di sé, Piera Degli Esposti si dipinge come «guardinga, lavoratrice e pronta a rimontare in sella».

Perché dice questo? Sembra quasi un atteggiamento di difesa. La vita l'ha tradita tante volte?

«Mia madre, che si è sempre relazionata con me da donna adulta e mai come una mamma-chioccia, non mi ha mai fatto dubitare del fatto che io potessi piacere e questo mi ha dato grande sicurezza nei rapporti interpersonali. Certo: si può essere sempre traditi. Nel lavoro, nelle amicizie. In particolare quando, come me, si ha la tendenza a instaurare rapporti intensi, quasi sentimentali, anche nella professione e non solo nella vita privata. Per quel che riguarda i compagni di vita ho avuto fortuna, anche se ho rischiato, imbastendo legami con uomini a volte molto più giovani, inquieti e spericolati (Alberto, morto nel 2007 in un incidente stradale, aveva 28 anni in meno di lei, ndr ). Tuttavia non mi illudo: il dolore, la delusione, sono sempre dietro l'angolo. Io però ho trovato sempre la forza di reagire. È come se avessi il sole dentro di me, dei raggi luminosi che spuntano nei momenti più bui. Sa di cosa si tratta? È la fede nel mio profondo. Ed è quella che non mi ha mai fatto perdere il senso d'identità».

E nemmeno il sense of humour , o sbaglio?

«È vero. Vedo sempre il bicchiere mezzo pieno, sono fatta così. Ed è il lavoro che mi dà sempre grande allegria, non è qualcosa che sopporto, ho il desiderio di affrontarlo, è sempre una nuova avventura».

Infatti lavora tantissimo.

«Ho appena finito Assolo , un film con Laura Morante, che ne è stata anche la regista oltre che la protagonista. Io interpreto la sua psicanalista, la persona che cerca di farle recuperare l'autostima in un mondo femminile che ha guai di dipendenza da quello maschile. La sceneggiatura era bellissima, l'ho amata subito, l'ho sentita come la mia casa. Oltre alla mia parte, infatti, mi deve sempre piacere anche l'insieme, il risultato. Poi ho interpretato Banat , di Adriano Valerio con Edoardo Gabbriellini e Elena Radonicich. A fine agosto è uscito In un posto bellissimo , di Giorgia Cecere, con Isabella Aragonese e Alessio Boni, nel quale interpreto una figura triste, la madre dell'amica più cara della protagonista. Quindi sono stata la mamma di Neri Marcoré nel film di Pietro Parolin, Leoni . Sì, direi che sono abbastanza contenta».

I registi la amano. E lei chi ama di più tra loro?

«Ho un ottimo rapporto con Marco Bellocchio (con il quale l'attrice vinse il suo primo David di Donatello come miglior attrice non protagonista con il film L'ora di religione , nel 2003; il David lo vinse ancora nel 2009 per Il Divo , di Paolo Sorrentino , ndr ). Ho girato recentemente una piccola parte per il suo ultimo film, Fai bei sogni , tratto da un libro di Massimo Gramellini. La grande generosità di Marco, il fatto di trovarci ancora insieme, mi ha dato una enorme gioia. Con Sorrentino c'è una grande intesa, una grande sintonia, emerge il piacere di lavorare insieme. Lo stesso che provo con Giuseppe Tornatore: l'ho molto amato durante La sconosciuta , nel 2006».

Chi non faceva più film da parecchio tempo è Laura Antonelli. La sua morte quali riflessioni sul mondo del cinema e sulla vita le ha ispirato? La conosceva?

«Ho un ricordo lietissimo e molto nitido di lei. La incontrai anni fa a una festa privata a Marino, era insieme a Jean Paul Belmondo. Era bellissima e all'apice della carriera. Ci mettemmo a parlare. Mi colpì la sua grande dolcezza unita all'estrema modestia, alla semplicità quasi popolare. Era una personcina molto graziosa. Credo sia stata travolta dagli avvenimenti che hanno segnato la sua vita e che si sia poi chiusa in una lunga solitudine, triste e ingiusta. Forse proprio la sua semplicità, la sua riservatezza, unite alla modestia, non le hanno dato la capacità di rimonta di cui aveva bisogno. Inoltre le hanno impedito di crearsi un forte ambiente di amici e collaboratori che la difendessero nel mondo del cinema. Gliel'ho già detto: per fare l'attore ci vuole l'armatura. E non bisogna toglierla mai».

Anche Virna Lisi era molto bella.

«Sì, ma la Lisi l'armatura ce l'aveva. Ha sempre avuto una fisionomia da prima attrice, era una figura indomita, lo davi per scontato che fosse una star. Laura Antonelli era più una fogliolina al vento».

Torniamo alle sue colleghe, viventi però. So che lei sostiene molto le giovani attrici. In particolare chi reputa più capace?

«È vero: non ho la sindrome di Eva contro Eva. Mi piace molto Sara Ferraiocco, che ha lavorato con me nel film Cloro, uscito quest'anno a marzo e che è stato al Sundace Film Festival e a Berlino. Altra attrice che amo è Alba Rohrwacher, bravissima . Poi adoro Maya Sansa, Isabella Aragonese, Elena Radonicich. Ho avuto un ottimo rapporto anche con Valeria Golino...».

Ma?

«Nonostante negli ultimi due anni il cinema italiano sia in grande ripresa, per ora mancano le grandi figure di star femminili, alla Mangano, alla Magnani, alla Masina per capirci. E a teatro non vedo delle Eleonora Duse o delle Sarah Bernhardt. Può darsi che tra coloro che ho nominato ci sarà chi, un giorno, riuscirà a incarnare l'intensità dell'interpretazione insieme a un glamour potente, una figura quasi eroica che, come spettatore, vuoi vedere al cinema ma che ci tieni a seguire anche fuori. Può essere che il tempo trasformi queste giovani attrici. Però può anche succedere che la nostra società, così diaframmata, offra una dimensione più frettolosa e modesta. Del resto non c'è più il regista a cavalcare la macchina da presa. Se ne sta in una stanzetta e guarda le scene su un piccolo video.

Torniamo a lei e alla televisione. La sua Serafina de Una grande famiglia , la diversissima Clelia di Tutti pazzi per amore o la principessa Caetani di Atelier Fontana-Le sorelle della moda sembrano piacere moltissimo al pubblico.

«Sì, i miei personaggi rimangono impressi. Ad esempio Serafina piace per la sua dimensione modesta ma enigmatica. E io amo fare la tivù perché adoro stare dentro le case».

Insomma, con quella faccia da antidiva, suo malgrado, invece una diva lo è diventata.

«Già. Vuole sapere cosa mi è su ccesso qualche mese fa?».

Prego, ci racconti.

«Ho avuto un guasto al telefono fisso, a casa, a Roma. E ho chiamato la Telecom. Ho spiegato qual era il problema e quindi ho detto il mio nome. Dall'altra parte ho sentito un silenzio e poi mi hanno chiesto: “Piera Degli Esposti? L'originale?”».

(Segue risata contagiosa).

paola.fucilieri@ilgiornale.it