«Io, sotto le bombe, per salvare Genova»

Pregiatissimo direttore la data del 4 settembre 1944 ci porta ad un importante - se pur drammatico - ricordo.
In un mio precedente scritto, dell’agosto 2007, che il Giornale aveva pubblicato avevo parlato di un terribile episodio accaduto il 10 ottobre dello stesso anno: la terrificante esplosione di San Benigno che portò la morte a 1200 genovesi. Nel pezzo, al quale avevate dedicato un’intera pagina, nella parte finale avevo accennato ad un attacco aereo subito dalla nostra città il 4 settembre del 1944. In sostanza l’obiettivo degli incursori alleati era - secondo quanto affermato dalla «famigerata» Radio Londra, nella sera stessa dell’attacco - il Porticciolo Duca degli Abruzzi ove, secondo sempre la suddetta radio, esisteva una base di sommergibili tedeschi. Ben poca cosa, in quanto si trattava di un ridotto specchio d’acqua dove nel dopoguerra nei locali sistemati sul molo era stata instaurata la sede del Club Nautico Genovese. Secondo quanto dichiarato dalla radio londinese l’attacco fu sostenuto da alcune centinaia di bombardieri con la collaborazione di uno stormo di cacciabombardieri. Sarebbe quasi il caso di dire «tanto rumore per nulla». Per non più di due piccoli sommergibili è stata schierata una forza a dir poco esagerata. Era il sistema degli Alleati! Tutti abbiamo visto cosa sono stati buoni di fare per distruggere, quella che gli americani definivano un nascondiglio per i tedeschi: il grande, enorme Santuario di Montecassino, immenso gioiello di costruzione medievale. Fortuna che un ufficiale tedesco, amante e grande conoscitore d’arte, appena occupato Cassino e dintorni, s’interessò all’immediato salvataggio di tutti i tesori contenuti nel Monastero. Nascondersi dentro questo enorme edificio sarebbe stato un grave errore. Si sarebbe trasformato in una immensa tragica «trappola». A questo punto i tedeschi presero subito possesso delle macerie nelle quali ci si poteva trincerare con minori pericoli.
La conclusione di quell’operazione fu una «ritirata cosiddetta strategica» in quanto il fronte si era portato verso il nord. In una notte, con una impensabile rapidità e senza che gli alleati se ne accorgessero, sgombrarono il campo.
Ritorniamo al 4 settembre. Verso mezzogiorno grandi forze aeree piombarono su Genova. La prima bomba delle forze d’attacco fu sganciata e colpì via Cecchi alla Foce. Cadde proprio di fronte al cinema Aurora. Altri grappoli di bombe di diverso tipo caddero su diverse abitazioni della zona. Passarono poi alla zona Centro in via XX Settembre. Bombe un po’ ovunque. Sopra via XX Settembre trovavano le due chiese di Santo Stefano. Per fortuna quella più datata subì non molti danni, ma la parrocchia, in una costruzione più recente, andò completamente distrutta.
A questo punto passiamo a piazza De Ferrari. Bombe in diversi edifici, ma quelle sganciate sul Palazzo dell’Accademia e dintorni furono quelle che causarono il vero disastro. Alla fine di via Ettore Vernazza dove, dopo una curva finale, si accede a piazza De Ferrari. Ebbene proprio nel punto ove si entra nella piazza era stato costruito - da non molto tempo - un altro accesso alla galleria delle Grazie. Famigerato, per noi genovesi, era stato l’ingresso di via Porta Soprana. Nella notte del 23/24 ottobre 1942 proprio in questo accesso avvenne un episodio terribile. Occorre anche dire che la notte precedente (22 ottobre) si era verificato un primo attacco aereo. Nessuno se lo aspettava. Ma gli alleati avevano deciso che proprio Genova doveva essere l’inizio di una serie di attacchi che avrebbero portato a colpire tutte le città industriali del Nord-Italia. Occorreva fiaccare gli animi della popolazione. Gli attacchi venivano portati con grandi lanci di bombe, ma soprattutto di spezzoni incendiari che portavano a pensare - dopo un paio di ore soltanto dall’inizio dell’attacco - che la nostra Genova stesse bruciando. Erano piccoli spezzoni con una parte esagonale inferiore molto pesante. Nella parte superiore materiale infiammabile riposto sempre in un esagonale materiale in metallo leggero. Venivano lanciati a grappoli di decine e decine di ordigni. Colpivano i tetti delle case e il materiale infiammabile, in esso contenuto, era sufficiente che trovasse un qualsiasi oggetto in legno od altro, che in men che non si dica si trasformava subito in un incendio. Nell’intervallo - tra un’ondata di bombardieri e l’altra - siamo saliti all’ultimo piano dove abitavamo. In camera, proprio sul letto, trovammo uno di questi aggeggi che iniziava già la sua opera distruttrice. Pentole d’acqua per spegnere il tutto. Però, era sufficiente che trascorressero pochi minuti, che l’incendio riprendeva vigore. Fu proprio una nottataccia. Ovviamente con quella nottata si può dedurre facilmente quello che accadde quando, la sera successiva alla stessa ora, suonarono le sirene d’allarme. All’ingresso del rifugio delle Grazie iniziò una terribile calca. Dopo pochi minuti alcuni non ressero più e caddero sui gradini sottostanti. Fu il finimondo. Si sparse subito la voce della disgrazia. Alle cinque del mattino, con i giovani del caseggiato, andammo subito a De Ferrari. Abbiamo assistito ad uno spettacolo che difficilmente si potrà dimenticare. I cadaveri erano tutti sistemati per terra. Venivano caricati su dei camion e inviati a Staglieno dove venivano raccolti per i doverosi riconoscimenti. Il tutto in mezzo a gente che gridava dalla disperazione nell’inutile ricerca dei propri familiari. Un vero spaventoso spettacolo che rimarrà negli occhi per sempre di chi era presente. Nei giorni successivi si fece il calcolo dei morti. Erano più di 350!
Ritorniamo al lunedì 4 settembre. Terminato l’attacco che aveva colpito, unitamente al centro della città anche le delegazioni di Ponente, portò la disperazione nella popolazione genovese. Per fortuna attacchi di questa portata non ne avvennero più e dopo otto o nove mesi si arrivò alla fine della disgraziata guerra della quale alcune verità non sono state ancora chiarite.
Io ho cominciato proprio da alcuni anni a scrivere di episodi ai quali avevo assistito. Ma è chiaro che per adesso aprire archivi per scoprire le verità del passato è ancora troppo presto. Forse?
Da parte mia ho fatto ricerche nelle varie Biblioteche per fare in modo che coloro che, per loro fortuna non hanno vissuto quei tragici momenti, possano rendersi conto di quello che accadde. Ma intanto incominciamo a dire qualcosa. Deve essere chiaro che le opinioni sui vari episodi o anche su visioni anche allargate sono pur sempre opinioni. Io che - anche per motivi di lavoro - ho seguito tutto ciò che è accaduto dal dopoguerra ad oggi affermo che ho raggiunto momenti di totale allontanamento dalla politica odierna. È una continua delusione. Ogni tanto capita che appaia all’orizzonte un periodo di tranquillità. Ma è una semplice e totale disillusione! Fini si rifiuta di rispondere a domande che - in periodo di democrazia - sarebbe semplice rispondere con la sola chiarezza. No. Figuriamoci! Il povero Almirante che aveva eletto Gianfranco a suo erede nella conduzione della Destra, penso che si sia già più volte rivoltato nella tomba. La vedova più volte ha sistematicamente criticato quello che Gianfranco ha combinato nella conduzione del Partito ereditato. Pazienza, auguriamoci che a breve termine Gianfranco si decida a chiarire tutto. Confesso che sono veramente amareggiato di questi ultimi episodi. Povera Italia. Era già un periodo difficile, molto difficile da gestire in quanto l’economia ha fatto sudare parecchie camicie a Tremonti e all’intero Governo, compreso ovviamente il presidente Berlusconi. Da parte mia, dopo la fine della Guerra e l’atroce fine della stessa, avevo giurato di uno iscrivermi a nessun partito. La disillusione è stata troppo grande. Mio fratello alle armi dal 1939 e volontario nel reparto lanciafiamme del quale è diventato comandante di squadra. Dopo l’8 settembre 1943 è passato nei paracadutisti di Hermann Goering e ha combattuto fino alla fine. Il 5 maggio era ancora a combattere nella sotterranea di Vienna. Per evitare la cattura da parte dei russi, andò a piedi fino a Monaco dove finì in un grande campo di concentramento. Rientrò il 17 luglio ’45 distrutto nel morale e nel fisico. Ci vollero tre mesi di cure per rimetterlo in sesto. Ritornando al nostro 4 settembre 1944 è stato un mio impegno cercare di portare a conoscenza le drammatiche conseguenze dell’attacco dei «liberatori». Mio Dio - loro hanno vinto - possono dire tutto quello che vogliono. Hanno combattuto una guerra senza rispettare nessuna regola civile. I tedeschi hanno combattuto e hanno bombardato anche loro. Ma... altro erano i bombardamenti di Londra nella prima parte della guerra. A Londra - per chi non lo sapesse - sono stati colpiti sempre obiettivi sulle sponde del Tamigi e soltanto a Coventry si applicò la frase rasa al suolo perché certi obiettivi erano dispersi nell’interno della città. Le città e i cittadini tedeschi sono stati massacrati nello loro città e nelle loro case. A guerra finita, per concluderla bene, il maresciallo inglese dell’aria Harris ordinò di distruggere, bruciandola completamente, la città di Dresda che era considerata per la sua storica bellezza, la Venezia della Germania. Sono morti sotto le macerie oltre 300.000 civili. Questa è la guerra dei grandi vincitori. E logicamente sono stati assolti con formula piena. Avevano vinto e allora ecco come appare sempre più veritiera la frase che ha attraversato i secoli: «Guai ai vinti!».
Mi si dirà che cosa serve scrivere queste cose dopo tanti anni. Primo: mi auguro che i morti citati nell’articolo vengano ricordati dai loro cari che sono sopravvissuti. La città, ogni anno in occasione del 4 settembre, deve ricordare questi morti causati da coloro che hanno vinto, ma che a mio giudizio non hanno fatto nulla per evitare bagni di sangue quando ormai era inevitabilmente vicina la conclusione delle ostilità. Invece nulla di tutto ciò. Oltre, come già detto, al fatto che solo dopo tre anni hanno ripreso rivoluzioni e guerre. Quando ci sarà la vera possibilità di fermare tutto ciò. Chi ha sbagliato? Chi non ha capito cosa realmente era necessario fare per impedire l’incredibile quantità di grandi e piccoli conflitti che si sono succeduti con continuità incredibile nel corso degli ultimi sessant’anni.
Prima di tutto mi auguro che finalmente si aprano i segretissimi archivi segreti dei vincitori e dei vinti per poter capire veramente cosa è accaduto nel mondo dal 1939 ad oggi. Avevano veramente ragione coloro che hanno iniziato dal lontano 1935 a ostacolare noi italiani che cercavamo di poter avere un posto al sole e ad appoggiare il tentativo dei «rossi» di Spagna di impadronirsi della penisola Iberica? Non ci sono riusciti e il regime tanto deprecato ancora oggi - tra monarchia e forme diverse di governo - riesce a governare senza dover passare attraverso a sconvolgenti conflitti.
Avevano ragione loro a voler distruggere tutto ciò che si opponeva alle strapotenze dell’Inghilterra e della Francia che da grandi potenze coloniali comandavano sul mondo? Anche loro senza grandi conflitti hanno dovuto rinunciare a tutto ciò che con grande prepotenza avevano conquistato. Assieme a loro Olanda, Belgio hanno vinto, ma hanno perso tutto nel giro di pochi decenni. Perché? È chiaro che non avevano ne capacità ne argomenti validi per poter governare su una vastissima quantità di territori.
Penso che quando saremo riusciti a rispondere a tutti questi quesiti forse capiremo meglio dove abbiamo sbagliato e dove hanno sbagliato soprattutto coloro che si sono messi alla testa del mondo sperando di riuscire a governare attraverso il grande organismo che è l’Onu. Ma l’Onu si è rivelato veramente all’altezza di questo impegno? Tra non molte generazioni penso che si potrà rispondere veramente al quesito. Si dice che chi vivrà vedrà. Non resta altro che aspettare.
Da parte mia mi pare che sia evidente che i grandi di oggi abbiano dimostrato ampiamente di essere solo parzialmente in condizione di svolgere questo gravissimo impegno.