«Io, sterile, non mi sento nazista e voto sì»

Presiede l’Associazione delle coppie infertili: «Ora andrò all’estero»

Giuseppe Salvaggiulo

da Milano

Federica Casadei, romana, docente universitaria di Linguistica, fondatrice e presidente dell’associazione «Cerco un bimbo» che raccoglie trecento coppie sterili, reduce da sei tentativi infelici di fecondazione assistita, non si sente «né un’assassina né una nazista» e voterà quattro sì.
Qual è la sua storia?
«Quella del 99% delle coppie sterili. Sono sposata con Amedeo da otto anni. Abbiamo cercato invano di avere un bambino. Controlli, visite: ancora oggi nessuna diagnosi precisa».
Quando avete deciso di ricorrere alla fecondazione assistita?
«Cinque anni fa, dopo gli insuccessi di rapporti mirati e inseminazioni in ambulatorio. Da allora sei tentativi, nessuno a buon fine».
Si sa perché?
«Perché siamo uomini e non conigli. Tutti i medici seri ci dicono che la riproduzione non è governabile, siamo nelle mani di madre natura».
Anche per una tecnica artificiale?
«La fecondazione assistita è dipinta come un’allegra fabbrica di bimbi che la donna sceglie come vuole: alti, belli, biondi. Se fosse vera la metà delle cose che dicono, ora avrei dieci figli».
I sei tentativi tutti precedenti all’entrata in vigore della legge 40?
«L’ultimo è finito una settimana fa».
Intende provarci ancora?
«Sì, ma non in Italia».
Perché?
«A quarant’anni il limite di tre ovociti è insostenibile. Finora non ho mai congelato un embrione, ma adesso non posso più evitarlo».
Perché non è già andata all’estero?
«Non potevo per motivi di lavoro. Ma ne ho parlato con il ginecologo che mi ha seguita in questi anni».
E lui che dice?
«È dispiaciuto di non potermi aiutare come vorrebbe. Mi sono accorta che è difficile per noi, ma anche per lui».
Ha già deciso dove andare?
«In Inghilterra. Ma il costo è pesante: 10mila euro di spese mediche esclusi i farmaci. Poi viaggi, alberghi, ristoranti. E siamo a 15mila».
Si sente privilegiata per questo?
«A chi lo pensa dico: faccia un tentativo di fecondazione assistita, veda com’è, poi ne riparliamo».
Quando ha cominciato a interessarsi alle questioni legislative?
«Quattro anni fa. Ho raccolto le firme per l’abrogazione totale della legge, ma la Consulta non l’ha ammesso».
È cattolica?
«No».
Per chi vota?
«Sono di sinistra, voto Ds».
Che ne pensa dell’atteggiamento del suo partito sui referendum?
«All’inizio esitante: il tema è delicato. Ora l’impegno è innegabile».
Cosa non le piace di questa campagna referendaria?
«I toni e il disprezzo. Sono anni che mi sento dire che sono un’assassina, una nazista, che voglio esibire il pancione ai giardinetti. Ma io non mi sento né assassina né nazista e voterò 4 sì».
Perché non ricorre all’adozione?
«Ci abbiamo pensato. Presenterò la domanda solo quando sarò certa che non sia un ripiego. Non si adotta con il lutto nel cuore, non si adotta un figlio solo perché non si è riusciti ad averlo. Mi sembra cinico».
Se insiste con la fecondazione, l’adozione sembrerà sempre un ripiego.
«No, arriva un momento in cui si mette il punto. La fecondazione assistita è un costo che a un certo punto non si riesce più a pagare».
E qual è questo momento?
«Diverso per tutti. Per molti dopo il secondo tentativo fallito».
E per lei?
«Sento che è vicino. Ho un cervello, oltre che un utero. E anche 40 anni».
Che cosa pensa delle donne che si asterranno?
«Nei momenti di ottimismo penso che non sono abbastanza informate».
Nei momenti di pessimismo?
«Penso che vorrei cambiare Paese».
Ma il suo bambino come lo vuole: alto, biondo e con gli occhi azzurri?
«Lo voglio come viene».
giuseppe.salvaggiulo@ilgiornale.it