Ma io sto dalla sua parte

No. No. Ha ragione Bossi. La presa di distanza degli alleati, almeno sul piano formale, e l’indignazione degli avversari si basano sopra le prevedibili considerazioni sul rispetto dello Stato, altrimenti denominato patria (da padre), e dei suoi simboli. Naturalmente si capisce che la più forte irritazione, prima che degli avversari, è degli alleati, di Alleanza nazionale in particolare che, dal presidente della Camer aal ministro della Difesa, possono pienamente esprimere le loro funzioni istituzionali super partes. Così Fini può condannare affermazioni e critiche, e insulti, che «offendono quello che è il sentimento nazionale». Formule un po’ banali e di circostanza.

La sinistra è perfino più indulgente; e insiste con Veltroni e Di Pietro per reclamare la responsabilità del presidente del Consiglio che dovrebbe rispondere delleaffermazioni di Bossi, dimenticando che Veltroni non si sogna di rispondere degli insulti al capo dello Stato e al presidente del Consiglio e a vari ministri da parte degli amici di Di Pietro. E fin qui astrattamente, si tratta di prese di distanza ragionevoli. Ma proprio dagli schizzinosi del Popolo della libertà viene la giustificazione per Bossi. Ed al senatore Grillo (da non confondere conl’omonimo Beppe) ci viene il grido di dolore perché, diversamente dalla bandiera tricolore, l’inno di Mameli non è affatto l’inno nazionale. Viene utilizzato per prassi consolidata, ma non è indicato né nella Costituzione, né in una legge ordinaria. Da tempo il senatore cerca con un disegno di legge di trasformare una troppo fortunata poesia in inno ufficiale italiano.

Se l’Inno di Mameli non è l’inno ufficiale dello Stato, Bossi non ha fatto alcun gesto inadeguatoe indegno per un ministro della Repubblica, ma ha sempliceme nte ed eloquentemente manifestato il suo disappunto per una brutta poesia. Ha, dunque, espresso un condivisibilissimo pensiero critico. Se l’inno non fosse, per consuetudine, ripetuto e ricordato quotidianamente sarebbe stato dimenticato come tutte le poesie del suo rispettabile, ma non grande autore: Goffredo Mameli, patriota prima che poeta. Immaginiamo di sottoporre a un giovane lettore senza musica, anch’essa modesta (di Michele Novaro, ignoto quanto merita), il puro testo dell’inno. Alla terza riga, il primo ostacolo: «L’elmo di Scipio». Perché Scipio? E chi era? Scipione l’Africano (dico l’Africano, e a Bossi si rizzano i capelli, già ritti: dunque un extracomunitario!), il vincitore di Zama. E quanti sanno dov’è Zama? Non lo sappiamo ma - e io lo scopro adesso - probabilmente è a sud di Tunisi.

Di quell’elmo, di un romano in Africa, l’Italia, secondo Mameli, inspiegabilmente, «s’è cinta la testa». Concetto difficile, forma ingrata. L’elmo, infatti, come il cappello, si mette, non si cinge. D’improvviso arriva la domanda fatale: «Dov’è la vittoria?». Risposta: «Le porga la chioma, ché schiava di Roma Iddio la creò». Il giovane lettore scopre così che la vittoria, inopinatamente, ha una chioma e che dovrebbe porgerla all’Italia, nonsi sa perché. Forse metaforicamente in quanto la chioma è «sineddoche» (figura letteraria che indica la parte per il tutto) di vittoria. Non contento della sua immaginifica invenzione, Mameli ci suggerisce che Iddio la creò (la vittoria, non l’Italia) schiava di Roma. E qui anche un lettore attento, e ovviamente Bossi, lettore del Nord, si incazza e, silenziosamente, esibisce il dito medio senza parole. Non un grande insulto. Vuol dire (da ribelle: l’avrebbe fatto anche Mameli contro l’Austria): schiava chi? Che sia la vittoriao che sia l’Italia (del Nord soprattutto), schiava di nessuno, tantomeno di Roma.

La parola schiava, anche riferita alla vittoria (si diano pace Fini,Schifani e Casini) è inaccettabile. Per chiunque. Tanto più per Bossi, che vuole liberare il Nord, con la vittoria della Lega, dalla schiavitù di Roma. E quindi vede rosso (in tutti i sensi) e alza il dito. Che c’è di male? Dov’è l’insulto? Mameli poi non si trattiene. E qui nasce la questione di principio: è lecito, pur essendo italiani, aspirare al federalismo che, necessariamente,comporta di secedere per poi federare? E se senza insurrezioni di popolo e senza violenza, si persegue l’autonomia del Nord e la Costituzione della Padania con parole, comizi, anche proposte di legge, si compie un illecito? Se voglio cambiare la Costituzione come accadde per l’immunità parlamentare; se voglio introdurre il divorzio, come accadde rispetto al codice civile, dovrò pure prendere e dichiarare una posizione? Dovrò pure prendere le distanze, magari con un dito, dal testo della Carta da cui intendo dissociarmi per trasformarla?

Anche su questo Mameli non è fatto per la Lega. Nella seconda strofa esprime un concetto opposto (e conseguentemente mi sembra naturale che Bossi si dissoci, sia pure irritualmente): «Noi siamo da secoli/ calpesti, derisi/ perché non siam popolo,/ perché siam divisi./ Raccolgaci un’unica/ bandiera, una speme:/ di fonderci insieme/ già l’ora suonò». E il dito si alzò.