Io studio, presto lavorerò ma tutto ciò sa di attesa

10-8-1945

Mia carissima Fausta:
son già tre giorni che vivo nella solitudine affollata di Milano: ti penso sempre, vorrei averti vicina e sento in ogni cosa la tua assenza. Cara sono più calmo, ma non del tutto sereno. Attendo una tua lettera che mi parli di te, del tuo cuore, della tua vita. Attendo di sentire di nuovo la tua voce, in attesa di essere di nuovo vicino a te, o di avere te vicino a me. Le giornate passano rumorose, io studio e presto lavorerò: ma tutto ciò sa di attesa, di non vero, di provvisorio. Mi pare che avesse molto più senso il tempo di Endenna: quasi un brano di realtà strappato alla quotidiana insensatezza, all’attesa di tutti i giorni.
L’altra sera, camminavo nella penombra di fine agosto: e mentre andavo per la città, mi accadeva di pensarti, e allora rallentavo il passo, come per camminare con te, non solo. Sentivo il premere dei tuo braccio sul mio, una sorta di presenza silenziosa e senza forma. Una presenza di musica. Invece sotto i lampioni era sola la mia ombra sulla strada.
La gente vedeva me solo: ed io mi scoprivo deserto nella strada oscura, dove nessuno sapeva il mio nome. Penso che il cielo di Milano sia uguale ad Endenna; oggi è bianco, velato; forse ora (sono le 11) dai lezione, presto preparerai la tavola. Ma io non ti incontro nel corridoio, e quando mangio, nessuno viene a chiamarmi, a dirmi che «è pronto».
Senti un po’ la mia mancanza? Ora non do da fare più a te o a tua mamma, ora, così lontano, sono buono come i bambini quando dormono. E tu? Chissà perché, così lontana mi sembri immobile, come una creatura di vetro, che nessuno sa se e come abbia realtà e vita. Sei tu, lontana e dolce, la mia bambina disegnata nell’aria da una mano buona: e penso a quanto tu sei vera tra i muri della tua casa, tra le cose che conosci, tra i monti che ora godi e ami in solitudine. I monti ora anche un po’ miei, i monti tra cui è facile essere giovani e possibile credere di essere vivi. Il cauto .. esplode tra le case ordinate di Milano, prorompe tra i selciati e i tram; preferisco quei sentieri a queste strade piene di folla deserta. Non mi dà gioia tutta questa distesa di tetti di Milano quanto i colli e i monti della Val Brembana.
La «verità» di quei torrenti, di quelle foglie, di quelle capre disperde la costruzione umana della città. Eppure tu porti con te un po’ di quell’aria, e hai tutta quella terribile e dolce «verità»: penso che anche Cremona aveva in sé quell’aria di verità e mi domando se non fosse tutto perché c’eri tu.
Ti bacio e abbraccio
Tuo Giorgio