«Io, sulla montagna che conquista»

Ferruccio Repetti

La picca entra proprio come una lama nel burro: il ghiaccio si scioglie per la pressione, e immediatamente si rapprende e «tiene», fasciando la becca della mia vecchia piccozza. Uso una Cassin che ha già qualche anno, ma è ancora in perfetta efficienza. Non riesco a rinunciarci da quando mi ha servito egregiamente sulle pendici dello Yelaradze Shan, nel Quinghai tibetano (il mio primo «Cinquemila»), e poi sul Cristobal Colon, 5778 metri di passione e fatica nella Sierra Nevada di Santa Marta, in Colombia. Mi pare che ’sta picca se la cavi bene anche adesso, e io con lei, mentre vado su per questi canalini dell’Aiona, in Val d’Aveto. Ho fatto l’esame del corso d’alpinismo, da queste parti: allora c’erano il Pescia, il Giorello, il Casaleggio, l’istruttore-vigile del fuoco che non te ne perdonava una. E poi c’erano i due fratelli Vaccari che avevano già scalato in mezzo mondo. E avevamo con noi, qualche volta, anche il Gianni, Calcagno, che era già decretato ufficialmente «jefe», il capo, dopo il suo Ottomila al Broad Peak. Altri tempi: i primi piumini col Goretex, arrivava quello con lo scarpone che aveva già dentro la scarpetta, ci si allenava per arrivare chissà dove, e un po’ anche per esplorare se stessi. L’Aiona, 1702 metri sul crinale dell’Appennino ligure-emiliano, è un montarozzo immerso nei boschi dell’entroterra di Levante. Dire che assomiglia a una di quelle cime che si vanno a cercare in Himalaya, o anche solo sulle Alpi, è un complimento usurpato. (...)