«Io, il suo gallerista vi racconto Mario»

M olti lo hanno definito l’Andy Warhol italiano. Del guru della Pop art, Mario Schifano aveva sicuramente il genio sensibile verso i linguaggi del mondo che lo circondava e che riusciva a convogliare sulla tela. Che fossero messaggi pubblicitari, immagini televisive o le cronache della sera, non faceva differenza. Per lui l’arte era sintesi, intuizione e progettualità tradotti in pittura. Di certo Schifano, a cui viene dedicata un’importante antologica ereditata dalla GNAM di Roma a cura della Fondazione Stelline, Credito Valtellinese e Accademia di Brera, non aveva l’acume imprenditoriale del re della Factory. Genio maledetto, Mario, amante delle droghe (finì anche in carcere e in manicomio) e delle belle donne, morì a 64 anni senza un soldo e quasi senza un quadro.
Giorgio Marconi, lei da Milano fu il suo gallerista per quasi dieci anni, quelli d’oro, dal ’62 in poi. Che ricordi ha di quel periodo?
«Rammento ancora il giorno che l’ho conosciuto, nel 1962, a una sua mostra alla galleria Odyssia di Roma. Allora era nella fase immediatamente successiva a quella dei monocromi, quella della “Strada“, il nuovo paesaggio già in chiave pop. Restai ammaliato da quella nuova cifra figurativa. Comprai un quadro grigio di due metri per due».
E poi?
«Poi andai a trovarlo a vicolo delle Grotte dove abitava, vicino Campo dei Fiori, al terzo piano di un vecchio appartamento di 4-5 stanze. Era una casa completamente spoglia con pochi mobili e un vecchio armadio di stoffa. Lui viveva e lavorava lì. Mi colpì soprattutto il bagno, che aveva una vasca piena di piante alte un metro e mezzo, piante tropicali. Era il suo giardino».
Lui com’era?
«Un bel tipo magro, curioso e sveltissimo. Parlava sempre, chiedeva, domandava. Era trasandato e mi disse che non portava mai le mutande, che considerava un indumento inutile. In compenso aveva scarpe costosissime, che allora erano il suo vizio. Tendenzialmente non aveva mai soldi. I telai li costruiva da solo inchiodando il legno e usava la tela da restauro di cattiva qualità. Poi ci incollava sopra la carta da copia che col tempo diventava gialla e con gli angoli che si piegavano. I colori, poi, erano i più economici, cioè gli smalti. In fondo la sua era arte povera, ma il segno era magico».
Così è iniziata l’avventura...
«Già. Gli feci subito un contratto diciamo di esclusiva. Dico diciamo, perchè' se passava qualcuno nel suo studio coi soldi in mano, se ne andava con un quadro».
Quali erano le condizioni?
«Io gli davo un fisso di 800 mila lire al mese, che nel ’63 erano tanti soldi. In cambio scendevo a Roma due volte al mese e ritiravo i quadri, un centinaio all’anno. In più, ovviamente, pagavo tutte le sue spese, i conti del colorificio e tutto il resto. Facevamo una mostra all’anno».
Schifano aveva molte spese?
«Andarono ad aumentare con gli anni. Cominciarono a piacergli le macchine e gli comprai una bella Mg. Poi i viaggi a New York. I primi tempi gli comprai un episcopio con cui proiettava le immagini fotografiche sulla tela. Allora non sapeva disegnare, poi imparò».
A Milano veniva?
«Ogni tanto. Un anno gli affittai un appartamento in centro. Lo tenne per sei mesi ma stava sempre a telefono con Roma. Pagai una bolletta che era il triplo della mia».
Cominciavano gli anni difficili
«Sì, Mario nel ’65 conobbe l’alta borghesia romana e iniziò a frequentare i bar degli intellettuali in piazza del Popolo. Due ore al tavolino con un caffè. Poi a cena al “Bolognese“ e nottate in giro a spendere, le donne eccetera».
E la droga
«Cominciò con la marjuana, che a quell’epoca Mimmo Rotella coltivava in balcone, poi passò alla cocaina e infine all’eroina. Nel ’66 venne arrestato. Mi ricordo che dal carcere mi fece avere i titoli delle opere per il catalogo scritti a penna. Li pubblicai così».
Furono i motivi del distacco?
«Non direttamente. Cominciò a tirare bidoni. Nel dicembre del ’70 stavamo preparando la sua personale, una serie di “paesaggi televisivi“. Avevamo appuntamento in galleria per l’allestimento, ma sparì. Il giorno dell’inaugurazione mi arrivò un telegramma: “Caro Giorgio, mandami 1000 dollari all’hotel Hilton di Bangkok“. Era partito con Nancy Ruspoli, l’ultima sua amante. Decisi che non ne volevo più sapere».
Ha dei rimpianti?
«Nell’ultimo periodo, quando ormai produceva quasi in serie, lo incontravo una volta all’anno. Mi insultava perchè era sempre senza soldi. “Ahò, m’hai abbandonato, -diceva- qua non mi pagano“, diceva. Quelle notti non dormivo».