Io, teledipendente ogni 4 anni

L’ultima volta che abbiamo seguito un evento sportivo era il 29 agosto 2004, il giorno in cui Baldini vinse la maratona di Atene. Mentre entrava nello stadio Panathinaiko in un tripudio tricolore, noi, leghisti della prima ora, piangevamo come bambini. Per la commozione, e perché sapevamo sarebbero passati 4 anni prima di rivivere momenti così.
Apparteniamo con orgoglio adolescenziale al fenotipo di tifoso-spettatore che si risveglia dal letargo sportivo come le femmine della testudo horsfieldii, o tartaruga delle steppe. Ogni quattro anni. Non seguiamo, non leggiamo, non parliamo di nulla che abbia a che fare con lo sport per 1460 giorni, tanto da ignorare che abbiamo vinto i mondiali di calcio o che sono cambiate le regole della pallavolo, poi, per tre settimane, cadiamo in loop olimpico: viviamo per un punto di badminton, tremiamo per una granvolta dorsale e l’ultimo attacco delle ragazze del fioretto vorremmo non finisse mai. Davanti alla scrivania abbiamo montato due televisori, e dietro un medagliere gigante da aggiornare in tempo reale. Un bronzo cambia la vita.
Si chiama distorsione spazio-temporale, ed è il peggiore degli effetti collaterali della bulimia tele-olimpica: voler essere sempre su una pista in tartan, o sul parquet, o in vasca. Ma anche un poligono va bene. Ricordiamo ancora con smarrimento la volta che in pieno choc adrenalinico seguivamo in montaggio alternato la premiazione di Josefa Idem, argento nella canoa K1 500, e le finali della ginnastica ritmica... Come ripeteva il nonno mentre correva da una stanza all’altra durante i Giochi di Montreal, il destino del tifoso è soffrire. Ma che soddisfazione, poi, andare a dormire sognando un tatami tutto d’oro. Prima di spegnere la tv per altri 4 anni.