Io, teologo di sinistra scavalcato a sinistra da don Gianni...

Caro Lussana, ho riflettuto a lungo, nel lutto, per questo intervento che ritengo molto importante. Placate le increspature mediatiche dell'onda anomala della morte, è un mio dovere trarre dal lavoro di Gianni Baget qualche frutto per la nostra milizia nel mondo. Frutto per pochi e, forse, seme vivo per tanti impigliati nella rete della cronaca puntuale della lotta politica del partito nuovo fondato dal cavaliere e del suo governo. Frutto o seme, devo dire, per la differenza che stride sempre, drammaticamente, tra la visione dell'Eterno nella quale riposa l'anima di Gianni e l'ansia drammatica e tumultuosa nella quale nascevano i suoi interventi nel tempo della vita civile, ecclesiastica e politica. Ho seguito il lavoro di Baget dal 1965, in combinazione con la lotta del cardinale Siri contro il neomodernismo dilagante nella chiesa cattolica.
Abbiamo rivisto, all’inizio del nuovo millennio, la nostra differente storia teologico-politica in una lunga serie di incontri del sabato pomeriggio, prima della messa in San Giacomo di Carignano. La sua collaborazione con Siri e la sua accettazione della chiamata al presbiterato, nacquero dall'aver avvertito, in una delle sue illuminazioni, che la cultura di fondo di Giuseppe Dossetti era tra le aure della «gnosi» e che la Dc, il «partito cristiano» e il partito comunista suo gemello, fossero il cavallo di Troia dell'attacco frontale della cultura gnostica alla fede cattolica della tradizione: autodivinizzazione della creatura e rifiuto del dono dello Spirito Santo di Cristo. La gnosi luci-ferina, era la radice della cultura teologica che dal Concilio Vaticano II aveva preso l'abbrivio per dilagare fino alla sua stessa sparizione nell'abisso nichilistico, negli anni recenti. La data della di questa morte del progressismo neognostico del modernismo teologico fu individuata con Claudio Leonardi, suo fratello spirituale, nel 2001. Quell'anno io ebbi la più intensa frequentazione in via Corsica e le nostre diagnosi congiunte coincisero con la decisione dei due di pubblicare in italiano «Homo Dei», resoconto di un'esperienza mistica, un testo singolare redatto come dialogo in latino. Alla chiusura del concilio nel 1966, dopo il discorso conclusivo di Paolo VI Leonardi e Baget si sentirono chiamati a una riformulazione della fede cattolica, minacciata dal disegno emergente dal concilio. Il testo rimase nascosto fino al 2001, quando apparve esaurita la bufera sterilizzatrice della fede cattolica promossa dalla teologia neomodernista. La mia correlativa conclusione «apocalittica» di cattolico comunista sulla scia rodaniana, apparve a Gianni sembrò tanto convergente, che mi fece il dono singolare di questo testo rimasto ancora più sigillato dopo la pubblicazione di quanto non lo fosse nella quiete latina di un segreto cassetto di Claudio Leonardi. Tra me e Baget rimaneva una differenza come la definì: «tu hai una visione logico - sistematica del disegno divino, io sono illuminato momento per momento, secondo interventi puntuali nella lotta contro la gnosi che distrugge chiesa e stato nella loro funzione distinta e congiunta. Era per lui, a suo dire, un grande conforto, che placava la sua ansia drammatica, la mia visone apocalittica dell'ultimo pezzo del disegno divino della storia. Gianni è l'unica persona che per lunghissime ore ha ascoltato con un'attenzione che non ho trovato, in alcuna altra persona dell'ambiente ecclesiastico.
Rimase la differenza sull'impegno politico: egli fedele al momento profondeva ogni sforzo dentro il disegno di Berlusconi, io ritenevo tale esito della politica italiana uno sbocco fatale della crisi spirituale, culturale, morale della sinistra cattolica e laica. Esule dalla sinistra io rimanevo anche estraneo agli spiriti della nuova destra, che vedevo solo come castigo di Dio. Io sentivo di dover parlare della fine, Gianni seguiva ogni movimento del corso finale, in un'angoscia che lo attanagliava in maniera agonica, dovendo abitare psicologicamente e intellettualmente nell'abisso della distruzione della fede cristiana, dovendo appoggiarsi alla verga di ferro della guida messianica della storia. Io del tutto isolato, vivevo la visione dell'esito finale che mi dava il centuplo di consolazione, in totale solitudine, sul piano intellettuale, filosofico e biblico. Ma tutto ci accomunava, pur tra dissonanze su temi empirici e singoli, nel senso drammatico della situazione ecclesiale. E lascio a Claudio Leonardi la descrizione di questa convinzione comune. «Nel 1966, la dichiarazione papale che la Chiesa e il mondo moderno potevano finalmente unirsi per valorizzare l'uomo era da noi sentita come eretica, nel ricordo delle parole di Cristo sulla contrapposizione tra Dio e il mondo. Sentivamo la Chiesa come privata della sua guida terrena». (Homo Dei, p. VIII). E dice del 2001 - «Dopo trentacinque anni siamo di fronte, in verità, ad una forma di dissoluzione della Chiesa di Roma e dunque del cattolicesimo». Di fatto il sistema di pensiero conciliare sé realizzato e ha distrutto la tradizione cattolica...(p. IX). Com'è oggi la situazione mentre Baget ci lascia in questo mondo per entrare nella Luce del disegno realizzato in Cristo? A Gianni sembrava ancora che il nuovo pontefice ricucisse lo strappo della veste della Sposa. Nel mio quadro strategico, vedevo un strappo maggiore nel vestito, rimasto umano, troppo umano. I suoi dolori tattici sono finiti, i miei si aggravano, pur nella certezza della Vittoria finale.
*teologo