Io, tetraplegico da 27 anni aspetto giustizia

da Milano

La festa si trasformò in dramma nell’attimo in cui Mirko venne al mondo: «Aveva la faccia viola, si capiva che non aveva respirato e che aveva subito danni gravissimi». Era il 21 ottobre 1980. Ventisette anni esatti non sono bastati per riparare all’errore del medico che sottovalutò colpevolmente le difficoltà del parto. «La prima disgrazia fu la nascita di un figlio menomato - prosegue Carlo Amato - la seconda la scoperta di cosa sia la giustizia italiana. Una schifezza».
Un procedimento penale, quattro civili, decine di udienze, un poker di perizie: «Non si finisce mai, tutte le volte i giudici mi danno ragione, ma poi si torna indietro, come nel gioco dell’oca, e io rivivo momento per momento la mia tragedia. È una tortura che non vuole finire, quasi una maledizione».
Carlo Amato oggi ha 64 anni ben portati: è un solido commercialista, abita alla periferia di Milano. Mirko vive col padre: sta sulla sedia a rotelle, non parla, comunica col papà attraverso gli occhi. Di giorno viene seguito in un centro specializzato del Comune di Milano, il pomeriggio viene affidato a una badante: «Spero che il buon Dio mi dia la forza di andare avanti - dice il padre con la voce stanca - mia moglie è morta distrutta da questa storia, io spero che il nostro Mirko non resti solo. Ma comincio a pensare che questa sciagurata ipotesi si realizzerà».
Quattro sentenze, spalmate nell’arco di un quarto di secolo, non sono bastate per stabilire una volta per tutte l’entità del risarcimento: «La Asl di Legnano, che ha assorbito l’ospedale di Magenta dove avvenne il disastro, ha deciso di prolungare all’infinito la contesa. Tanto dopo l’appello c’è una Cassazione e dopo la Cassazione c’è un altro appello. È appena stato annunciato un nuovo ricorso alla Suprema corte. Quanti altri anni ci vorranno: quattro, cinque, sei? E poi, che cosa succederà? Solo per gli avvocati ho speso finora 300 milioni di lire».
A rendere ancora più amara e paradossale questa storia c’è il fatto che tutti i giudici hanno dato ragione ad Amato. Ma, si sa, il troppo è nemico del meglio e a furia di precisare, calcolare, spiegare, siamo ancora in alto mare. «L’errore iniziale è stato visto e riscontrato da tutti i periti: dalla rottura delle acque al cesareo trascorsero 48 ore, un tempo lunghissimo. Fu un parto trascinato, con conseguenze devastanti». La famiglia Amato si inarcò su quella sventura fino quasi a spezzarsi: «Mia moglie Iolanda ebbe un esaurimento nervoso, passava da una depressione all’altra, infine tre anni fa è morta. Ha sofferto troppo, ha subito umiliazioni su umiliazioni per rendere più vivibile l’esistenza di nostro figlio. Ha cercato fino all’ultimo di mandarlo a scuola e di farlo studiare, ma oltre un certo punto non si poteva andare: Mirko non fu ammesso all’esame di terza media, lei ci rimase malissimo».
Intanto, il gioco dell’oca proseguiva implacabile: prima sul versante penale, col medico negligente sul banco degli accusati. Nell’86, la prima beffa: amnistia per le lesioni e tanti saluti. «Ho provato rabbia, ma ho pensato che avrei vinto almeno sul fronte civile». Pia illusione. Nell ’89, ecco la prima sentenza del tribunale, favorevole agli Amato; nel ’96 secondo successo, in corte d’appello: il Giornale e le tv annunciano la vittoria del commercialista. Il caso è chiuso, o così sembra. Invece no: «Hanno pagato solo una parte di quel che dovevano, circa un miliardo e mezzo di lire, non il resto che oggi ammonta ad altri 4 miliardi e mezzo per un totale di 6 circa». Nel 2001 la Cassazione annulla, in parte, e rispedisce le carte a Milano, nel 2006 la corte d’appello dà ancora ragione ad Amato. Adesso si torna in Cassazione. E Mirko compie oggi 27 anni.