«Io triturato dai maori, vi dico: sono proprio marziani»

MilanoDiego Dominguez ha segnato più punti di chiunque altro con la maglia dell’Italia di rugby. E ne ha le scatole piene di gente che appena si parla di All Blacks gli viene a chiedere come andò quel pomeriggio di ottobre del 1999 quando gli azzurri, sul prato di Huddersfield, ne presero dai «neri» tante da restare tramortiti: 101-3, la peggiore prestazione azzurra di sempre. Lui c’era.
«Tutti mi chiedono di quella partita. Che posso dire? Dice tutto il risultato. Fu un inferno. Ci eravamo preparati male, andavamo lenti. Ma nessuno mi chiede mai della partita con la Nuova Zelanda del 1991. Ho giocato anche quella, e fu il miglior risultato che abbiamo mai fatto: 31 a 21».
Otto anni dopo invece ci distrussero. Quindi anziché migliorare andiamo indietro.
«Non è che andiamo indietro. Anzi, sicuramente il rugby italiano sta crescendo, dieci anni fa giocavamo davanti a mille persone, oggi a San Siro ce ne saranno ottantamila. Certo, il progresso d’immagine non si accompagna al progresso tecnico. È questo il gap che bisogna colmare».
Come ci si sente ad affrontare un All Black?
«A me basta una partita qualunque per alzarmi l’adrenalina, se poi so che davanti ho un avversario forte mi gaso ancora di più, mi viene la voglia di fargli il mazzo. Fu così anche con gli All Blacks. Dopodiché però te li trovi davanti, loro e la loro haka. Cerchi di non farci caso, di non ascoltarla, ma non c’è niente da fare. Stanno segnando il territorio prima ancora di cominciare».
Ma perché sono tanto forti?
«Perché hanno una tecnica di base che mettono in pratica dall’inizio alla fine, a tutti i livelli. Un abicì che si portano dietro fin da quando sono ragazzi: non si sbaglia un passaggio, non si sbaglia un placcaggio. E sono così non a sprazzi, per 20 o 30 minuti, ma per ottanta».
Però c’è chi dice che questo non è più il rugby di una volta. Che non c’è più spazio per l’intelligenza.
«E come fai? Le difese sono più dure, più preparate, non ti lasciano spazio. E questo è un peccato perché il rugby è creatività, cambi di passo, invenzioni. Ma come fai a inventare mentre due armadi ti piombano addosso a cento all’ora?».
Oggi sarà in campo come commentatore di Sky. Vorrebbe essere sull’erba con la maglia addosso?
«Pagherei per esserci. Sarà dura. Ma se a fare un’impresa pazzesca non ti bastano ottantamila persone, la maglia del tuo paese, uno stadio famoso in tutto il mondo... Mi dici quando diavolo la fai?».