«Io, in tv da più anni di Costanzo»

Aldo Biscardi, inossidabile del Lunedì.
«Col Processo siamo alla 29ª edizione, è un record assoluto nel mondo. David Letterman ha fatto il suo show per 25 anni, Costanzo 24. Ma loro hanno fatto anche delle pause. Io mi sono fermato solo una puntata, quando morì mia madre nel 1982».
Da Guinness dei primati.
«E poi dobbiamo aggiungere gli speciali per Europei e Mondiali: arriviamo a 36 edizioni».
Qual è il segreto?
«L’entusiasmo. Quando lasciai la Rai facevo 9milioni di telespettatori, avevo già vinto tutto. Ma Tele+ mi offrì di andare lì e accettai la nuova sfida. Ho mandato sul satellite la prima partita criptata in Italia, nel 2003».
Poi andò a Tmc e poi ancora a La7.
«E adesso sono su Italia7 Gold, una rete che ho lanciato alla grande, ora come ascolti viene dopo La7».
Ma perché lasciò La7 nel 2006?
«Mancava poco al contratto, c’erano state tutte le polemiche sulle intercettazioni Telecom. Pensai che era meglio non stare in una emittente coinvolta in tutto quel macello».
Nelle intercettazioni però ci finì anche lei, quelle su «Moggiopoli».
«Una cosa assurda, lo scandalo Moggi lo lanciai io per primo con una puntata del Processo. Molti dei cosiddetti arbitri di Moggi mi hanno querelato perché li criticavo sempre nel programma. Ma hanno sempre perso le cause. Già questo la dice lunga. E poi nella mia classifica degli arbitri quelli lì erano sempre i peggiori».
L’Ordine dei giornalisti la sospese per qualche mese.
«E dopo rifiutai di rientrare nell’albo, mi sono dimesso dall’Ordine dei giornalisti».
Un passo indietro di 30 anni. Come arrivò in tv?
«Venivo da Paese sera (quotidiano di area Pci, ndr), ma non ho mai scritto di politica, mi occupavo di sport. Facevo anche pezzi di terza pagina. Intervistai Kruscev, Pasolini, Anita Ekberg».
E la Rai?
«Arrivai nel 1979, alla nascita di Raitre. Non entrai col Pci come dice qualcuno. Mi chiamò Biagio Agnes, democristiano, come caporedattore dello sport di Raitre».
Si dice che la famosa riunione tra Agnes e Willy De Luca, dove nacque l’idea di RaiTre, fu a casa sua?
«Sì è vero. Erano entrambi amici e frequentatori di casa mia. Si può dire che RaiTre nacque a casa Biscardi».
E il Processo?
«Lo lanciai subito, nel 1980. Per tre anni su Paese sera avevo fatto il processo al campionato. Dopo la partita all’Olimpico riunivo giocatori, allenatori, opinionisti, nella sala degli stenografi del giornale. Gli stenografi stenografavano e tutto usciva sul quotidiano del lunedì».
Dalla carta allo schermo. Lo conduceva già lei?
«No. All’inizio andava in onda Ameri, perché io avevo ancora paura della tv. Stavo in cabina di regia e davo disposizioni anche al conduttore. Per due anni non andai in video».
L’esordio come conduttore?
«Agli Europei del 1984, Ameri doveva fare la radio. Provai io. Andai bene».
È vero che in Rai le consigliarono un corso di dizione ma lei rifiutò?
«Sì. Dissi di no, in video voglio essere me stesso. È la chiave del mio successo».
Gli scoop di cui è più orgoglioso?
«Quando mi chiamò Berlusconi per dire che Kakà non lo avrebbe mai venduto. Fu ripreso da 720 giornali e tv di tutto il mondo».
Altro scoop?
«Quando ebbi ospite Sandro Pertini, presidente della Repubblica, 1986. Doveva solo salutare il pubblico, invece stette due ore, non se ne andava mai. Finì col parlare anche di politica e il Processo andò su tutte le prime pagine del giorno dopo. Poi un’altra volta ci fu Montanelli».
Montanelli ospite del Processo?
«Collegato al telefono. Era ancora al Corriere. C’era stata Fiorentina-Lazio, la Fiorentina aveva vinto con un rigore discusso. Al telefono c’era lui, tifoso dei viola, e il caporedattore della Gazzetta dello sport che si chiama Pennacchia, il quale sosteneva che il rigore non ci fosse».
Lite furibonda?
«Per tutto il tempo Montanelli lo chiamò Pernacchia, invece di Pennacchia, e si rivolse a me senza parlare mai a lui. Così era Montanelli».
Lei è anche scrittore. Fece un libro-intervista a Giovanni Paolo II.
«Sì, diciotto edizioni, tradotto in molte lingue. Tutto nacque da un incontro causale con l’allora segretario del Papa. Ricordo che quando andai in Vaticano il Papa non si trovava. Era in cucina ad assaggiare dei dolci preparati dalle suore».
Poi il Tg1 quando ci fu l’attentato a Wojtyla le chiese il moviolone?
«Sì, me lo chiese Franco Colombo direttore del Tg1. Facemmo noi del Processo il moviolone dell’attentato di Ali Agca».
Ha scritto anche un romanzo.
«Il gioco delle ombre, me lo fece fare Zavoli, che allora era consulente della Sei, editrice torinese. Io avevo nel cassetto questo romanzo sul calcio, ma lo avevo scritto così, per me».
Il Processo del Lunedì è entrato anche nella Treccani.
«Sì, è una cosa molto importante. Sono anche nel Catalogo dei viventi».
Però suo padre voleva che facesse l’avvocato.
«Studiavo giurisprudenza. A Larino c’era la corte di Assise e io vedevo processi importanti. Mi appassionai al foro. In fondo è quello che ho fatto quello per tutta la vita, anche se solo sul calcio».
Giocava a pallone da ragazzo?
«Si nella squadra di Larino».
Ruolo?
«Libero, ma ero una schiappetta. La squadra si chiamava Frenter, perché noi di Larino siamo “frentani”».
Come la sua società di produzione, che produce il Processo?
«Sì, lo stesso nome, Frenter. La dirige mia figlia Antonella che è architetto».
E ci lavora anche suo figlio Maurizio?
«Lui fa il moviolone al Processo. Ma adesso è diventato direttore di Dahlia tv (la tv a pagamento digitale, ndr)».
Quindi ci sono gli eredi per le prossime 30 edizioni del Processo.
«Vedremo, sono loro che decideranno».
(9.Continua)