«Io ulivista, privato della libertà di scegliere»

Il governatore diessino ha portato al successo l’ex ministro dl

nostro inviato a Napoli

Aldo Masullo è da sempre uno degli intellettuali più legati alla vita politica napoletana. Professore di filosofia morale all’università Federico II è stato parlamentare per quattro legislature, prima come indipendente nelle liste del Pci poi in quelle dell’Ulivo, dagli anni ’70 fino al 2001. Una storia che rende il suo sguardo sul verdetto elettorale partenopeo particolarmente pesante dal punto di vista politico. Professor Masullo, il malcontento verso l’amministrazione comunale napoletana ha assunto varie forme: insofferenza popolare, critiche dagli intellettuali e dalla stampa, pessimi verdetti sulla vivibilità emessi da organizzazioni indipendenti. Poi alla prova del voto il «miracolo»: una schiacciante vittoria di Rosa Russo Jervolino. Come si spiega?
«La domanda, in effetti, è legittima e un po' imbarazzante. Diciamo che Napoli è una realtà complessa in cui le variabili sono molte e non tutte visibili nella loro rappresentazione pubblica».
Lei si aspettava un risultato di questo tipo?
«No, visto che c’erano stati molti segnali di malcontento tra gli elettori storici del centrosinistra, categoria a cui io stesso appartengo».
Lei ha votato per la Jervolino?
«No, ho deciso con qualche sofferenza di astenermi. Non mi sono sentito rispettato nella mia libertà visto che si è trattato di un candidato imposto e non selezionato democraticamente. Avevo auspicato un ritorno alla discussione, una discontinuità rispetto al passato. Si è deciso di procedere per oligarchie di potere».
Esiste il voto d’opinione a Napoli o domina il voto di scambio?
«Temo che la quantità di cittadini motivati nel profondo sia esigua. La mancata maturazione economica di questa città la rende più fragile di fronte a un potere inteso come centro di erogazione di commesse di lavoro».
Perché il malcontento del popolo napoletano fatica a orientarsi verso il centrodestra?
«Il centrodestra è fuori dall’attenzione dei cittadini, è percepito come estraneo. Chi lo vota lo fa per un orientamento politico generale perché a Napoli fatica ad avere un’identità di progetto, non produce alternativa».
Il suo collega Biagio De Giovanni definisce il potere del centrosinistra «al limite del regime». Lei userebbe questa parola o la giudica troppo forte?
«No, non la giudico troppo forte, anche perché la parola regime semanticamente non necessariamente indica una lesione della democrazia».
Ma qual è il suo giudizio sul sistema di potere bassoliniano?
«I partiti dappertutto contano sempre meno. A Napoli questo processo degenerativo è più forte. Qui le gerarchie politiche ricevuta la consacrazione dal voto trasformano l’istituzione in un centro di potere. Così si riempiono le istituzioni e si svuotano di contenuti vivi i partiti che diventano fantasmi non più creativi. Le istituzioni senza il contrappeso partitico diventano pericolose. A Napoli il sistema di potere si è solidificato, pietrificato. La conseguenza è che la società napoletana è sempre meno aperta e la società civile è latitante perché tutto passa attraverso il potere delle istituzioni».