«Io, uomo nero mai pentito»

L’ex leader di Ordine Nuovo oggi ha 64 anni e continua a rivendicare la sua storia fatta di omicidi e violenza

«Sono un assassino con sulle spalle quattro ergastoli, ma sono anche l’unico idiota in Europa condannato per insurrezione armata, perché mi sono ribellato alla Sacra Sedia del potere. Persino Kasbulatov, che ha fatto una mezza rivoluzione in Russia ai tempi di Eltsin, non è stato condannato per insurrezione». Pierluigi Concutelli, l’ex comandante militare duro e puro del Movimento Politico Ordine Nuovo, feroce pioniere della lotta armata «fascista», è stato arrestato nel 1977 ed è uno dei pochi terroristi ancora in galera. Ha ucciso il giudice Vittorio Occorsio e, in carcere, i «pentiti» Ermanno Buzzi e Carmine Palladino. Non chiede sconti, non si è mai pentito, né mai dissociato dalla lotta armata. Fanatico? Coerente? Lucidamente folle? Per giudicarlo c’è il libro Io, l’uomo nero (uscito a gennaio e già alla terza ristampa), in cui si racconta a Giuseppe Ardica, e questa intervista che ci ha concesso nel suo luogo di lavoro, una piccola casa editrice, ora che gode del regime di semilibertà. Ha 64 anni e la sua storia di sangue è scritta sul volto al tempo stesso fiero e dimesso, altero e devastato, sulla barba bianca e incolta, sugli occhi guizzanti, sugli scatti d’ira della voce. Fuma come un turco (mentre racconta aneddoti sulla storia antica), sorseggia una grappa, offre cioccolatini e apre le dolenti pagine della sua vita.
Concutelli, dentro ne ha fatte di tutti i colori, ora come sta?
«Qualche anno fa ho avuto un’ischemia. Sono pieno di reumatismi, ho la pressione alta e problemi ai denti; nulla che mi possa uccidere ma quanto basta per non essere in forma».
Ora lavora fuori dal carcere durante il giorno.
«Sì. Dopo il programma di rieducazione ora durante il giorno correggo bozze. Dal 2000 faccio volontariato; prima come assistente in una struttura per persone senza fissa dimora e oggi per Legambiente».
Chi è oggi Pierluigi Concutelli?
«Uno che non s’è mai pentito né emendato. Questo non vuol dire che sia ancora un violento, ma non amo battermi il petto. Il dolore e il rimorso li tengo dentro. Ero il comandante militare del Movimento Politico Ordine Nuovo, oggi sono un vecchio brontolone, acido e accidioso».
Quindi nemmeno rimpianti?
«Anche i rimpianti fanno parte della mia sfera intima. Il mio credo è: si può cambiare opinione ma mai bandiera. Finché sono stato attivo ho creduto alla mia causa: mai cedere. Quando sei al comando sul ponte di una nave, anche vacillare è un lusso».
Ma la vostra è stata una rivoluzione o solo furore ideologico?
«Un tentativo razionale di combattere l’imperialismo e di abbattere il potere che ci stava strangolando. La rivoluzione comporta scelte dolorose, la principale è la propaganda armata. Ma sa quale è stata la maggiore difficoltà? Vincere i tabù della borghesia».
Ovvero?
«Noi che volevamo educare un popolo abbiamo fallito perché non avevamo alle spalle nessuno. La borghesia, da Agnelli all’ultimo spazzino, era troppo legata al potere e non ci capiva. Dall’altra parte le Brigate Rosse erano legate al marxismo che è nato e morto nell’Ottocento. Non esistono più i Jean Valjean (l’ex galeotto protagonista dei Miserabili, ndr). Comunque entrambi abbiamo fallito».
Lei ci ha provato?
«C’è il comandante che entra in sala riunioni impeccabile, con la divisa lucida, e organizza l’attacco in tutti i particolari sulla cartina sincronizzando l’orologio con i sottoposti. E c’è il comandante in piedi sul carro armato, che al buio solleva una mano e dà la carica. Io sono della seconda categoria: per me la regola era: attaccare attaccare attaccare».
Nell’unico suo momento di debolezza è stato tradito.
«Volevo uccidere Paolo Bianchi di cui non mi fidavo, ma Sergio Calore mi chiese piangendo di non farlo. Presero Bianchi e fu la mia fine».
E non ha pensato di vendicarsi?
«La vendetta è un sentimento stupido; la distruzione di chi porta danno o perdita di uomini una necessità».
Ha ucciso un giudice e due camerati. Mai un comunista.
«Quante botte e sprangate coi comunisti. Li ho combattuti finché sono stati nemici personali. Poi il vero nemico è diventato lo Stato borghese, la piovra che ci strangolava. In quel periodo se avessi saputo dove trovare le Brigate Rosse avrei fornito loro le armi perché non importa di che colore è il gatto: l’importante è che uccida i topi. Un esempio migliore: non importa di che partito fossero Nazario Sauro o Cesare Battisti, è il loro ruolo di irredentisti che li ha resi eroi».
Le sue basi ideologiche?
«Io sono un fascista erede di Mussolini, Corridoni, Sorel, quindi più di sinistra che di destra. La destra l’hanno inventata i Paesi che hanno perso la Seconda Guerra Mondiale. Non ero né nazista né esoterico né uno di quei tradizionalisti che si tolgono e mettono le mutande come le mignotte. Non condivido l’entusiamo dei giovani neofascisti per Evola, che ai tempi del regime non era nessuno».
Dal libro lei sembra combattere da solo contro tutti?
«Un vero rivoluzionario deve fare così. Ho avuto tanti amici, bravi camerati con cui condividere momenti belli e brutti, ma il Movimento Politico Ordine Nuovo era diverso dagli altri. Il mio punto di riferimento è sempre stato Clemente Graziani, che però non ha mai appoggiato nessuna azione violenta; la lotta armata è stata una mia scelta. La fusione con Avanguardia Nazionale fu un errore politico. Poi non ho condiviso le idee di Freda, anzi lui aveva i suoi seguaci ed io i miei ma siamo stati molto legati. In carcere non ho aderito alla rivista Quex perché, accanto a camerati di valore come Nico Azzi, Maurizio Murelli e Tuti, c’erano personaggi squallidi. Ma io non mi sono mai definito terrorista perché non ho mai ucciso innocenti».
Anzi lei sostiene che il terrorismo giova al potere?
«Gli attentati sono inutili. A che serve mettere una bomba e uccidere donne e bambini innocenti. Chi applica la strategia del terrore non destabilizza ma rafforza il potere. Io ho scelto gli obiettivi con cura».
Già, il giudice Occorsio per esempio.
«Si, un simbolo del nemico, un obiettivo politico del potere democristiano. L’abbiamo colpito io e Gianfranco Ferro, ma non abbiamo organizzato una scena da film come per il rapimento Moro. Non avrei mai sparato alla scorta, a uomini che non c’entravano nulla».
Loro volevano colpire il cuore dello Stato; lei sosteneva invece di colpire la periferia...
«Il cuore dello Stato non c’è o se c’è è ben protetto. Meglio colpire le cinghie di trasmissione attraverso la lotta sociale e cittadina. Non avevamo grandi masse di uomini ma eravamo cattivi. Come diceva Longanesi basta un leader intelligente e 500 imbecilli robusti per fare la rivoluzione. Ma i nostri ragazzi erano coraggiosi e pieni di entusiasmo».
E i due camerati uccisi?
«Erano traditori. Parlando avrebbero messo in pericolo l’organizzazione e la vita di tanti camerati. Buzzi lo strangolammo io e Mario Tuti perché era una spia, non perché era un testimone scomodo della strage di Brescia. E lo stesso avvenne per Palladino, che uccisi con un laccio».
A lei non è mai piaciuto neppure Almirante.
«Era un antifascista, anzi un afascista. Nel ’68 aizzò quella infausta carica all’Università di Roma, contro i compagni ma anche contro di noi, estromettendoci dall’ambiente culturale dell’Università. Non avevamo più riferimenti. L’Msi fu un freno a mano per noi».
Lei racconta di avergli salvato la vita.
«Non è un merito. Una volta lo affiancammo in macchina e il camerata che era con me voleva sparargli. Io glielo impedii».
Lei scrive: spesso si sentiva il tanfo dei servizi segreti.
«Certo che si sentiva ma non in mezzo a noi. Se ne avessimo beccato uno l’avremmo fucilato come agente nemico. Ma c’erano cose strane. La struttura Drago Nero: quando uno di loro fu beccato aveva lo stesso esplosivo usato per la strage dell’Italicus. E poi Ordine Nero, di cui non si sono mai sapute le origini. Su ogni cosa ci sono stati depistaggi. Io sono stato accusato e assolto nel processo di mafia con Enzo Tortora e per l’omicidio del vicepresidente del Cile Leighton. Pago per le mie colpe, ma hanno cercato di addossarmi di tutto».
In latitanza a Nizza lei andò ad ascoltare i Rolling Stones.
«La più grande rock band, altro che Beatles. Quando Lady Jane scavalcò Michelle in testa alla hit parade fu un grande giorno».
Lei è anche un grande tifoso della Lazio.
«Se potessi fare una battuta direi che sono “lazifascista”».
Cosa pensa della politica oggi?
«L’America è il cattivo esempio, e i politici di oggi non sono diversi da quelli di prima. Ora non ci sono le condizioni per fare la rivoluzione. I giovani quando arrivano a 20 anni si sistemano e votano per un partito demoparlamentare».
E dell’immigrazione?
«C’è troppa gente in Italia che non siamo in grado di accogliere quindi stiamo tutti peggio».
Lei sa cos’è la pietà?
«La pietas è qualcosa di intimo. Non mi piace fare sceneggiate alla Grande Fratello. I miei princìpi sono sempre stati Dignitas, Onor, Pietas. Sono stato un cattivo esempio, ho iniziato tanti giovani alla lotta armata ma non ho voluto figli, sarebbe stata una scelta criminale. Questa è pietas».
Lei dice che la sua non è una generazione perduta.
«Perduta era la generazione di Kerouac. Io sono l’uomo nero, ma le nostre sono state scelte individuali, dettate dalla ribellione, dal sentimento e dalle scelte personali. C’è chi è rimasto a casa, chi è diventato ricco e famoso, chi è morto nel suo letto...».