Io vado piano e mi godo la vita

Mancano 69 righe e mezza alla fine di questo «pezzo». Dovrei sbrigarmi, perché sono le 19,50 e la pagina non è ancora chiusa, perché è domenica e non ho ancora visto i gol della giornata e anche perché, dopo, tornerò a casa a piedi. Insomma, mi hanno chiesto di fare l’elogio della lentezza, ma di farlo rapidamente. D’accordo, siamo un quotidiano, non l’Enciclopedia Treccani. Ma questo fa pensare. Fa pensare soprattutto una cosa: occorre essere rapidi per essere lenti, cioè per permettersi di essere lenti. Chi fa le cose rapidamente, non è così di natura: nessuno nasce veloce, anche perché per nascere occorrono nove mesi, se non sbaglio. Chi fa le cose rapidamente è semplicemente un lento fallito. E sia detto con tutto il rispetto, per carità.
Prendete il mio collega Massimo Bertarelli, per esempio. Una carissima persona sotto tutti i punti di vista. Ma dovreste vederlo a tavola. Io non faccio in tempo a preparare la prima forchettata di spaghetti e lui già attacca la fetta di torta. Io bevo il primo sorso di vino e lui si alza e torna in redazione. «Ci vediamo alle sei e mezza?», mi scherza immancabilmente. È diventato un nostro rito. E, sia detto per inciso, ogni rito è un elogio della lentezza, una preghiera atta a scongiurare il tempo che fugge.
Io non dico che chi fa le cose rapidamente come il mio amico Massimo non sappia godersi la vita. Questo no. Dico che lavorare per costruirsi spazi di lentezza è un’attività piacevole, tutto sommato. E può anche aguzzare l’ingegno. Lasciamo stare l’ampia letteratura sui sapienti dei tempi antichi e contemporanei che erano o sono lenti per scelta. Lasciamo stare pure l’ovvia considerazione che le cose più belle si fanno lentamente (in ordine sparso: mangiare, fare sesso, camminare, leggere, dipingere... e chi meno ne ha, meno ne metta). Il punto è un altro: se la velocità è nemica della lentezza, la lentezza non è nemica della velocità. La lentezza se ne frega della velocità, tuttavia la rispetta. La lentezza non è competitiva. La lentezza va per la propria strada, e assapora il gusto dell’essere sorpassata.
Sapete perché? Perché è ragionevolmente certa di arrivare dove vuole arrivare. Infatti io non torno in redazione, dopo pranzo, alle 18,30, come dice Massimo, ma alle 15,30. Ovviamente dopo essermi fumato, passeggiando lentamente, mezzo sigaro toscano. Se non fumassi quel mezzo toscano, poi non potrei essere rapido al tavolo da lavoro nel pomeriggio. E se non poltrissi mezz’ora a letto, dopo il risveglio, non potrei fare tutte le commissioni della mattinata. E se inseguissi il tram invece di aspettare il prossimo, magari il titolo che ho in mente per quell’articolo letto un’ora prima se ne andrebbe senza più tornare.
In fin dei conti, io che sono un inguaribile pessimista (e me ne dolgo sinceramente) sono qui a dire che la lentezza è la quintessenza dell’ottimismo, cioè della consapevolezza (o della convinzione, che all’atto pratico è la stessa cosa) di arrivare alla meta. Sublime contraddizione dell’animo umano. La rapidità, infatti, gareggia con se stessa, si morde la coda, è circolare, centripeta, al massimo spiraliforme. La lentezza va in linea retta, anzi, procede per segmenti. Ecco, «segmento» è forse la parola chiave. Per sopportare il tempo che si consuma e ci consuma, conviene spezzettarlo, sbocconcellarlo, ridurlo in frammenti, masticarlo a lungo. Così lo possiamo digerire meglio.
Noi lente tartarughe sorridiamo del veloce Achille quando ci supera. Ma non per snobismo, bensì perché sappiamo che questa corazza che abbiamo sulla schiena è la nostra zavorra e anche la nostra salvezza. E a noi il bicchiere mezzo vuoto basta e avanza. Siamo uomini senza qualità? Può darsi. Ma un tale che si chiamava Robert Musil, a questo proposito, scrisse: «Un uomo senza qualità non dice di no alla vita, dice “non ancora”». Mancano due righe alla fine di questo «pezzo». E sono le 21,02. Avrei dovuto consegnarlo alle 21. È proprio vero: sono lento.