Io, vero Iovirgola di nome e di fatto

Mi chiamo Luigi Iovirgola. Sì, avete capito bene. Luigi di nome e Iovirgola di cognome. Direte: ma che razza di cognome è Iovirgola? Me lo chiedo anch’io. Sono una quarantina d’anni che me lo chiedo. Ho anche cercato di documentarmi su quei dizionari, sapete, quelli che spiegano per filo e per segno l’origine dei cognomi, ma non ho trovato niente: da Iovine si passa a Iozzi. Il bello è che di Virgola ce ne sono. Pochissimi, ma ce ne sono. Invece di Iovirgola nemmeno l’ombra. Ora, il mio problema è proprio questo. Se di cognome facessi... non dico Ferrari, o Esposito, o Monti (sarebbe chiedere troppo), ma almeno Introzzi o Iotti, tanto per restare sulla «I» iniziale, o al limite anche Virgola, perché no? vivrei molto più tranquillo. Invece, essendo marchiato a fuoco da questo maledetto Iovirgola, non ho pace.
Infatti non passa giorno che, aprendo un qualsiasi giornale, non mi trovi coinvolto in fatti a me del tutto estranei. È un mitragliamento continuo di «Io, mostro per caso», «Io, l’ultimo spazzacamino», o «l’ultimo centravanti», o «l’ultimo romantico», o «l’ultimo comunista», o quello che volete voi. E poi «Io, ladro pentito», o «domatore di pulci», o «professore bocciato», o «gay sciupafemmine». Sembra che tutti i tipi strani del mondo si chiamino Iovirgola. E allora, mi domando, con tutti questi Iovirgola che, a sentire i giornali, ci sarebbero in giro per il mondo, come si spiega che i dizionari di cui sopra non recano traccia di Iovirgola, cioè del mio cognome? Insomma, è un mistero: o troppo o niente. Così io, (attenzione, il segnetto che avete appena visto dopo la parola «così», quella roba che sembra un moscerino spiaccicato, o una cacatina di lucertola, non è una parte di me, è soltanto una virgola - che poi, a rigore, essendo una virgola non dovrebbe stare prima dell’apertura di una parentesi, ma dopo la sua chiusura), (ecco, così) io, dicevo, faccio la figura del megalomane di fronte al mondo intero. «Ma questo Iovirgola - pensa la gente, e giustamente devo dire, dal suo punto di vista - chi si crede di essere, il mago Houdini?». Sapeste come mi pesano le occhiate dei vicini di casa, dei negozianti, dei colleghi...
A proposito di colleghi, dimenticavo di dirvi qual è il mio lavoro. Ve lo dico subito: io sono un poeta. Cioè, sarei tassista, ma preferisco definirmi poeta. Che poi, se ci pensate un momento, quelle del poeta e del tassista sono professioni molto simili. Che cosa fa il poeta? Porta le parole da una riga all’altra cercando di armonizzarle, ma non troppo (altrimenti, tanto varrebbe scrivere in prosa). E che cosa fa il tassista? Porta le persone da una via all’altra cercando di far presto, ma non troppo (altrimenti il tassametro che ci starebbe a fare?). Come il poeta, anche il tassista segue un percorso che è un po’ libero e un po’ obbligato.
Comunque, non voglio divagare. Stavo dicendo che sono poeta. E quindi, come tutti i poeti, ho un animo sensibile. Ma, prima di tutto, sono sensibile alla mia reputazione. Non è un granché, ma ci tengo, sul serio. Esasperato dai titoli dei giornali che mi chiamano sempre in causa a sproposito, ho deciso di farla io, una... causa a loro, ai giornali. Così mi sono preso un avvocato. Certo, non sarà un principe del foro, ma è un bravo ragazzo, volonteroso, documentatissimo. E poi, fresco di laurea com’è, le cose che ha studiato se le ricorderà bene, no? Da circa un mese lui sta esaminando, proprio come avrete visto fare tante volte agli avvocati dei film americani, i casi simili al mio, per vedere se possiamo fregarli una volta per tutte, quei mascalzoni. Ho detto simili al mio perché, come mi ha spiegato l’avvocato, io sono un caso molto particolare, più unico che raro.
Per la verità, in Italia («nella letteratura giuridica del nostro Paese», ha detto testualmente l’avvocato) non c’è molto... Diciamo pure che non c’è nulla. Ma pare che in California, nel 1956, un tale mister Bad abbia ottenuto la bellezza di 100mila dollari, che allora erano una gran cifra, di risarcimento per i «danni morali» provocatigli da un settimanale di San Francisco che si ostinava a usare il suo cognome Bad, cioè «cattivo», con un «accanimento» e una «protervia» (anche queste sono parole dell’avvocato) apparse sospette ai giudici. Ebbene, fatta una rapida indagine, si scoprì che il titolista del settimanale era il marito dell’amante di Bad. Cosa che portò facilmente alla vittoria di mister Bad. E poi l’avvocato ha tirato fuori da due libroni che mi ha anche mostrato la settimana scorsa, quando sono andato a casa sua per pagargli in contanti la prima mesata, un altro paio di processi, uno in Germania, durante la Repubblica di Weimar, l’altro in Giappone durante l’epoca Meiji, in cui il querelante era sempre un privato cittadino e il querelato un organo d’informazione cui piaceva un po’ troppo giocare con le parole... Ma l’avvocato ha ancora un bel po’ di libroni da esaminare. E poi si sa che i tempi della giustizia italiana... Quindi ancora per chissà quanto dovrò subire gli attacchi dei giornali. Iovirgola di qua, Iovirgola di là.
Inutile che vi dica che io i giornali mi guardo bene dall’acquistarli. Figuratevi con quale piacere finanzierei chi mi diffama un giorno sì e l’altro pure. Li sfoglio al bar, piuttosto, o mentre aspetto il mio turno dal parrucchiere, o nella sala d’attesa del dentista, o sul tram, perché anche la free press, come la chiamano loro, i giornaletti gratuiti, non sono da meno degli altri, quelli che si pagano.
O meglio, li sfogliavo.
Sì, ho deciso: fino a quando il mio avvocato non avrà terminato il suo lavoro preparatorio, fino a quando non saremo in grado di far partire la querela avendo in mano tutte le pezze d’appoggio necessarie, me ne starò chiuso in casa. Sono stufo di espormi al pubblico ludibrio. Ed essendo nel mio piccolo un libero professionista, anzi, un doppio libero professionista, come poeta e come tassista, posso prendermi un’aspettativa senza chiedere il permesso a nessuno. A farmi la spesa provvederà mia zia, quella santa donna che abita qui vicino. È una delle poche persone che mi porta ancora un po’ di rispetto, anche perché lei i giornali non li legge più da anni, da quando morì il direttore di quello che era il suo quotidiano preferito, del quale si definiva con orgoglio «lettrice sin dal primo numero» (forse avrete capito di quale giornale sto parlando...).
Come vedete, la mia non è una situazione invidiabile. È come se vivessi due vite. La prima, quella vera, si svolge per intero nel mio piccolo appartamento di periferia, mentre la seconda, la mia second life, continua imperterrita su quegli immondi fogli bugiardi. Ma arriverà, non dubitate, prima o poi arriverà il giorno in cui potrò tornare padrone di me stesso. Il giorno in cui potrò riassaporare il piacere di dire, incontrando qualcuno per strada, «Piacere, Iovirgola» senza che quello si metta a ridere e mi domandi «Io, che cosa?».