Io vi dico che il presidente sorprenderà tutti

Obama è troppo furbo per mentire, è troppo ambizioso per farsi fregare.
Dà all’America quello che l’America vuole: un volto e una voce sulle
quali contare, un leader da seguire, un comandante da ascoltare

Il sogno è finito con la notte di Chicago. Obama è diventato presidente nel momento in cui ha raccontato che l’America cadrà ancora prima di risorgere. Cinico, realista, calcolatore. Gli Stati Uniti sono entrati in crisi mentre lui li girava chiedendo un voto per il cambiamento. Cioè per lui, per la sua faccia, per la sua storia, per il suo futuro. Obama è troppo furbo per mentire, è troppo ambizioso per farsi fregare. Dà all’America quello che l’America vuole: un volto e una voce sulle quali contare, un leader da seguire, un comandante da ascoltare. Trascinare le folle, tenere milioni di persone davanti alla tv per sentirlo è la sua forza: un presidente non ha la bacchetta magica, non risolve i problemi da solo, non racconta favole. Obama ha fatto immaginare agli americani un Paese migliore: non la fiaba, ma l’American Dream, cioè un sogno reale, un obiettivo, la voglia di reinventarsi ogni volta.

Allora il presidente Barack arriva alla Casa Bianca con un gradimento dell’89% degli americani. Dici: non ha ancora cominciato a lavorare, ovvio che tutti lo amino. Ecco non a ogni presidente è successa la stessa cosa, non a ogni giuramento anche chi ha votato contro alle elezioni approva il nuovo leader. È un patrimonio immenso: il seguito, la speranza, la fiducia. L’America crede in Obama per le promesse che ha fatto e perché sa che alcune di quelle stesse promesse non le manterrà. Il cambiamento è lui, non l’America. Quella non cambia. E l’America di Obama sarà simile a quella di Bush, solo che si sentirà più sicura di se stessa. È il potere del carisma del nuovo Capo. Reagan convinse il Paese che poteva credere in lui, poi fece passare la sua rivoluzione. È il pragmatismo di quelli che alla Casa Bianca ci vanno per governare e governando cambiano il mondo. Obama ha in più il realismo di uno che ha sconfitto l’ideologia. Nei tre mesi di transizione non ha fatto una sola scelta per omaggiare l’idea. Chi è il migliore per quel posto? Un repubblicano. Allora ha scelto un repubblicano. Ha criticato l’amministrazione Bush, ma non l’ha demonizzata. E quando ha dovuto decidere chi prendere al Pentagono, non ha accettato i consigli del partito: ha lasciato al suo posto Robert Gates, il segretario alla Difesa di Bush.

È per questo che può farcela, Obama. Perché sceglie pensando al risultato, non alla partigianeria. Chiamatelo equilibrismo, opportunismo, cinismo. È politica. Chiede gli aiuti statali per l’industria dell’auto: li vuole come li vogliono altre decine di leader nel mondo. Ha consiglieri che gli avevano suggerito di alzare le tasse, lui però in campagna aveva annunciato tagli per la gran parte dei contribuenti americani. Prima di entrare in carica ha già annunciato un alleggerimento della pressione fiscale da 310 miliardi per famiglie e imprese. Liberista, quindi. Lineare: la crisi la combatto con meno tasse. Ha avuto le critiche dei suoi ipotetici «amici» a cominciare dal premio Nobel liberal Paul Krugman e se ne è tranquillamente fregato. Anzi ha continuato: ha lasciato inalterati i tagli fiscali ai ricchi voluti da Bush. Forza anche questa. La forza di dire: cambio quello che non mi piace della dottrina Bush, ma quello che mi piace lo lascio. In economia così come in politica estera: così la richiesta di più truppe per l’Afghanistan e l’alleanza con Israele. Chi pensa che dietro la voglia di cercare la pace ci sia una tolleranza ipotetica verso Hamas non conosce Obama e i suoi uomini. Non conosce gli Stati Uniti. E Barack è molto americano: crede nella potenza del suo Paese, ci crede così tanto da volerla aumentare. Con lui ci sarà più America nel mondo, non meno. È un’altra sua forza, forse la più grande.