Io viaggio da sola (e armata di tacco 12)

Viaggiano da sole, ma certo non vanno alla deriva. Nello zaino ci sono creme e trucchi e tacchi a spillo, e anche il borsone magari è firmato. Avventura non vuol dire dimenticare che si è donne, anzi: è sostantivo femminile, come vacanza, perciò meglio attrezzarsi. E partire. Lost girls, ragazze perdute ma solo in senso geografico: come Jennifer, Holly e Amanda, trentenni newyorchesi che decidono di lasciare carriera e amori per un anno intero e girare il mondo. Dal Kenya al Perù, dall’Amazzonia alla Thailandia, dal Laos all’India: il diario delle loro peregrinazioni è diventato un libro, Lost girls appunto (pubblicato in Italia da Mondadori), dove si mescolano mete esotiche, volontariato, spiritualità, sport estremi, giungla, flirt, i lavori nelle case editrici e da giornaliste freelance, ogni tanto un po’ di nostalgia di New York.
Globetrotter, ma chic: niente a che vedere con gli hippy o gli studenti zaino in spalla, le ragazze perdute sanno bene che cosa cercare. «Anche se siamo delle senzatetto, non c’è bisogno di farlo capire a tutti, no?» dice una di loro, prima di una serata fuori a Lima. E in effetti avevano appena regalato un paio di scarpe col tacco a spillo all’amica che festeggiava gli anni. Le viaggiatrici si portano appresso l’indispensabile, e qualcosa di più: il tocco della femmina, ovunque. Per dire, le tre newyorchesi si adattano a bagni senza carta igienica e ostelli sui generis, ma quando si tratta di guidare senza cambio automatico, non ce n’è una che si ricordi come si fa. Coraggiose, ma poco pratiche. Come le protagoniste di Amiche in alto mare, otto donne che amano chiamarsi «le ragazze» anche se non ne hanno più l’età, ma di sicuro lo spirito: da vent’anni, ogni estate organizzano un giro in barca a vela, equipaggio rigorosamente unisex. All’inizio destavano davvero stupore, sui moli. E anno dopo anno il loro è diventato un micromondo, il mare, i porti, le chiacchiere, i ricordi, le traversate e le cene per rievocarle: due decenni che sono finiti in un libro, appena pubblicato da Sperling&Kupfer, firmato da una di loro, la gallerista genovese Ambra Gaudenzi. Veliste per passione, ma non certo sportive da competizione: perché le donne on the road sono così, esploratrici con agio, avventuriere che perdono forse la bussola, ma non lo stile. In valigia, anche in cabina o sul Machu Picchu, c’è sempre un buco per l’abitino, in caso di serata fuori. Del resto è per le donne che hanno creato le borsone trasparenti, tanto grandi da contenere un bagaglio a mano, e tanto comode al check-in in aeroporto. È per le donne che le passerelle si riempiono, a ogni cambio di stagione, di gonne, pantaloni, vestitini, giacche e scialli ispirati alla «viaggiatrice»: figura mitica e inseguita, ammaliatrice e sfuggente, una che dagli schemi esce e li ridisegna a suo modo, ma solo perché li conosce alla perfezione. Una come Vita Sackville West, che stregò Virginia Woolf e amava tanto il suo sangue misto, le ascendenze nobili e quelle gitane, e dell’essere nomade faceva un sogno e un vezzo. Un simbolo, ancora oggi, di indipendenza: come, alla fine del secolo, Thelma e Louise, le icone del genere «mollo tutto e parto». Addio catene, pensieri, quotidianità. Le illusioni quelle mai, restano sempre: le donne se le portano in borsa, inseparabili come lo specchietto, la pashmina e gli occhiali da sole. Però viaggiano, insieme, che è tutta un’altra cosa. Diceva Emily Lowe, nell’Ottocento: «L’unica cosa utile che può fare un uomo durante un viaggio è portare le valigie. Per questo cerco sempre di non avere bagaglio».