IPOTESI Per alcuni era il Conte di Oxford, figlio illegittimo della Regina

«Piccolo Spielberg» ci riprova e prende di petto il Bardo, sostenendo che William Shakespeare era una sòla.
Così il tedesco-hollywoodiano Roland Emmerich, maestro del disastro e noto per l’uso degli effetti speciali - da L’alba del giorno dopo a Godzilla, ma il suo titolo più popolare resta Independence Day - ora lancia Anonymous, «un thriller politico», dice. Dal 18 novembre, quando la Warner manderà in sala l’opulento prodotto Sony da 30 milioni di dollari, vedremo le reazioni del pubblico pagante.
Intanto, tra America, Inghilterra e Germania, dove il film è già stato presentato, da critici e storici piovono giudizi di piombo. La questione che William Shakespeare non fosse altri che Edward de Vere, diciassettesimo Conte di Oxford, è dibattuta da lustri e per questo Emmerich la mette al centro del suo Fakespeare (secondo il gergo di Internet, il fake è un falsario della propria identità). Basti pensare ai 5.000 libri, che mettono in dubbio l’autorialità di Shakespeare, in Anonymous incarnato da Rafe Spall come attorucolo proletario, bugiardo e ubriacone. Un’ossessione, questa di privare il Cigno delle sue opere, documentata dal libro di James Shapiro Contested Will. E proprio Shapiro, docente di letteratura inglese alla Columbia, spara sulle tesi dietrologo-complottiste di Anonymous dalle colonne del New York Times: «Hollywood disonora il Bardo».
Per sfotticchiare il regista, lesto a difendersi col solito: «Hey, è solo un film!». Il quale poteva benissimo chiamarsi Il trionfo del Conte, dato il monumento a de Vere, infierisce Shapiro, smantellando questo Codice da Vinci pseudo storico con una riflessione: de Vere è morto nel 1604 e Shakespeare ha firmato altre dieci commedie fino al 1614.
Stop così? Per Newsweek «il vero problema non è questo fraintendimento idiota della storia e del teatro, ma una fatale mancanza d’immaginazione». Il colpo di grazia arriva poi: nell’Inghilterra elisabettiana, a 13 anni «Shakespeare leggeva (in Latino) le opere di Terenzio, Plauto, Virgilio, Erasmo, Cicerone e probabilmente Plutarco e Livio». Capito, cafoni di Hollywood?
Dietro di sé il Bardo non ha lasciato un rigo a illustrare i suoi scritti e come faceva il figlio d’un guantaio a conoscere i nobili?, si chiede Emmerich. Ecco sposata la «teoria di Oxford», in vita dal 1920, con il Conte di Oxford (il gallese Rhys Ifans, che ce l’ha a morte con gli inglesi), fatto sparire per oscure ragioni.
La tesi oxoniense è spettacolarizzata (compreso un terremoto) nella variante Tudor: il Conte era figlio illegittimo della Regina Elisabetta I (Vanessa Redgrave in tutta la sua bravura teatrale). Inconsapevole, diventa amante della sua stessa madre e padre del loro figlio illegittimo, il conte di Southampton. Al figlio (e fratellastro) s’indirizzano i sonetti omoerotici del falso Shakespeare...
Agli esperti del Bardo bolle il sangue mentre il regista mette le mani avanti in nome del blockbuster, la cui sceneggiatura firma John Orloff, quello di Shakespeare in Love. Da prussiano, Emmerich ama la battaglia e, prima di scendere a Roma, oggi, ha affrontato Francoforte.
Di fronte a centinaia di esperti ha sostenuto che Shakespeare fu il primo esponente dello scrivere in condivisione, quel «public publishing» che ignora la proprietà intellettuale, di moda nell’era digitale. «Cucìnati il tuo Shakespeare», titola la Sueddeutsche Zeitung, riportando l’amarezza degli intellettuali tedeschi, divisi tra Stratfordiani puristi e Oxfordiani. Tanto rumore per nulla?
«Il successo dei miei film catastrofici mi ha aiutato, ma pure impedito di proporre a Hollywood cose diverse: per girare Anonymous ho lottato», spiega il regista, che punta su ottimi attori anglofoni di prosa. Tornato in patria per ricostruire il Globe Theatre negli studi di Babelsberg, Emmerich usa la tecnica digitale per gli esterni: 30mila le foto degli edifici in stile Tudor scannerizzate per farne fondali e attori davanti al telone verde, a darci dentro di fantasia. Magari a chiedersi perfino: essere, o non essere?