Gli iracheni votano in massa, battuta la paura

La Casa Bianca soddisfatta: «Un giorno storico per l’avanzata della libertà»

Fausto Biloslavo

I religiosi sciiti, le donne, gli anziani sunniti che non avevano mai votato liberamente e pure gli invalidi di guerra sono andati in massa ai seggi per eleggere il Parlamento del nuovo Irak. Dieci milioni di iracheni, compresi i sunniti che avevano boicottato i precedenti appuntamenti elettorali, hanno scelto la via democratica, anziché quella delle armi. Secondo le prime stime fra il 68 e il 70% degli aventi diritto si sono recati ai seggi, almeno il 10% in più rispetto le elezioni per l’assemblea costituente di gennaio. I terroristi hanno disturbato il voto di ieri con sporadici atti di violenza, ma sono stati sonoramente sconfitti dalla voglia di votare della popolazione, che ha sfidato la paura anche nelle roccheforti della guerriglia. «Il ricorso alle urne è una vittoria della democrazia sulla dittatura. Il nostro popolo ha scelto il voto al posto delle bombe», ha dichiarato ieri, al seggio, il primo ministro uscente del governo iracheno, Ibrahim Al Jafaari.
La vera sorpresa è arrivata dalle zone sunnite. A Falluja, ex roccaforte della guerriglia e del terrore, sono finite ben presto le schede, tanti erano gli elettori che si sono presentati ai seggi. La Commissione elettorale ha dovuto fornire nuove schede e urne per evitare una rivolta degli elettori in coda. A Ramadi, capoluogo della famigerata provincia di Al Anbar dove si annidano gli insorti, gli ulema sunniti hanno lanciato appelli dai minareti delle moschee invitando la gente a recarsi ai seggi. In alcune zone «calde» le formazioni della guerriglia più nazionaliste e «moderate» erano pronte ad affrontare armi in pugno gli estremisti legati ad Al Qaida, che volevano impedire anche ai sunniti di andare a votare. Il risultato più eclatante è quello nella provincia di Salahuddin, dove è nato Saddam Hussein. Oltre l’80% della popolazione si è recato alle urne ed i seggi erano pieni anche a Tikrit, paese natale del deposto dittatore. A Kirkuk, una città contesa, Arab Asmael Nouri, un sunnita di sessant’anni ha candidamente dichiarato: «È la prima volta che assaporo la libertà di esprimere la mia opinione». A Ramadi un giovane autista di 21 anni, ha affermato di essere «contento, perché il mio voto servirà a far partire le truppe americane».
Nella capitale è stato fermato in tempo un terrorista suicida e altri tre erano ricercati. Per motivi di sicurezza nessuno poteva circolare in auto, a parte le forze di sicurezza. Hadi Mishaal, ferito alla schiena durante la guerra del Golfo del 1991, si è trascinato sulle stampelle per due chilometri per raggiungere il seggio, accompagnato dalla moglie. «Ho perso tutto, ma vado a votare perché spero in un nuovo governo che rispetti i miei diritti», ha spiegato l’invalido di guerra ai giornalisti.
Nel sud sciita l’elettorato si è diviso fra la coalizione laica dell’ex primo ministro Iyad Allawi, che ha denunciato violenze e intimidazioni, e la famosa Lista 555, composta dai partiti religiosi, che aveva ottenuto la maggioranza alle scorse elezioni. A Nassirya, capoluogo della provincia di Dhi Qar, dove opera il contingente italiano, si sono verificati episodi incresciosi. I poliziotti, che sono stati addestrati dai carabinieri, hanno incitato la popolazione ad andare a votare per i partiti religiosi a bordo delle loro macchine di servizio. Dopo l’incendio degli uffici di Allawi del giorno prima del voto, gli osservatori della compagine dell’ex primo ministro sono stati minacciati e in alcuni casi espulsi dai seggi. A Bassora, la grande città del sud, si è votato con entusiasmo fin dalla prime ore del mattino, ma le elezioni si sono trasformate in una vera festa in Kurdistan, la parte settentrionale del paese. Ci sono stati problemi solo nell’area di Mosul, dove 130mila curdi non avrebbero potuto votare, dato che non erano registrati nelle liste elettorali locali. A causa dell’alta affluenza al voto la commissione elettorale ha deciso di tenere aperti i seggi un’ora in più.
Il presidente iracheno, Jalal Talabani, leader di uno dei principali partiti curdi, si è recato a votare a Sulaimaniya, all’apertura dei seggi e ha dichiarato che «questo è un giorno di unità nazionale nel quale gli iracheni partecipano all'elezione di un Parlamento libero, da cui scaturirà un governo di coalizione forte». Sembra avergli fatto eco Allawi, sostenendo la formazione di un esecutivo «di salvezza nazionale». In serata si è espressa anche la Casa Bianca. Il portavoce del presidente americano, Scott McClellan, ha definito il voto «un giorno storico per l'avanzata della libertà».