Irak, Afghanistan, Darfur Così i «guerrieri di pace» aiutano i popoli a casa loro

E dire che in principio furono solo accuse di razzismo. Era il 1999 quando Umberto Bossi pronunciò l’ormai noto slogan: «Aiutiamo i popoli a casa loro, aiutiamoli ad aiutarsi». In platea un gruppo di Donne Padane decise che si poteva tentare. Nove anni dopo l’Umanitaria padana onlus i popoli a casa loro li ha aiutati e li aiuta sul serio. Sono in 15 per tutto io mondo, ma funziona: l’associazione ha ricevuto attestati nazionali e internazionali ed è un punto di riferimento del ministero degli Esteri.
Tanto per dirne una: nella missione «Antica Babilonia» del 2003 al seguito del contingente italiano in Irak c’erano solo loro. Oggi sono sette i progetti dei «guerrieri per la pace» padani, con tonnellate di aiuti in continua partenza per tutte le zone calde, dall’Afghanistan al Darfur, dal Kosovo al Libano, dalla Terrasanta allo Sri Lanka. «Si tratta di brevi missioni - spiega la coordinatrice Sara Fumagalli -. Andiamo nei Paesi colpiti da guerre o calamità naturali per capire sul campo quali sono le necessità e individuare le iniziative da supportare. Sul piano operativo ci appoggiamo a soggetti istituzionali o missionari presenti in loco, come i padri Comboniani in Sudan. Il grosso del nostro lavoro si svolge a Milano e in tutta Italia per la raccolta di fondi e aiuti, e per le collaborazioni necessarie a massimizzare gli interventi minimizzando le spese». Ogni anno circa 50mila euro arrivano dal riciclo degli abiti usati, il resto viene da donazioni di aziende private e ospedaliere. «La Lega è uno dei nostri finanziatori, ma l’associazione è apartitica e conta anche volontari di estrema sinistra. Collaborava con noi anche Stefano Rolla, il regista rimasto vittima dell’attentato di Nassirya - spiega Fumagalli -. Di leghista qui c’è solo che proviamo a realizzare l’ideale di aiutare i popoli a casa loro».
L’ultimo progetto, per esempio: si chiama «Adotta un papà», è realizzato in collaborazione con la Confartigianato e sostiene la nascita di imprese artigiane a Soddo, in Etipia, fornendo strutture e mezzi in comodato gratuito, «affinché i giovani etiopi possano rimanere nel proprio Paese, senza sradicarsi dalle proprie tradizioni e dai propri affetti, contando sulla dignità di un lavoro certo».