Irak, anche i sunniti approvano la Costituzione

La soddisfazione della Casa Bianca. Ma cinque soldati Usa restano uccisi da una bomba

Gian Micalessin

La Costituzione è passata e la Waterloo sunnita ha già un nome. Si chiama Mosul, si chiama provincia di Ninive. Doveva essere il terzo asso del tris di no. L’asso decisivo per bocciare una costituzione considerata iniqua da molti sunniti. Ninive, invece, è diventata il fronte della disfatta. Nella provincia di Anbar ad est della capitale, roccaforte dei terroristi di Al Zarqawi, e in quella settentrionale di Salahuddin, terra natale di Saddam Hussein, i sostenitori del «no» alla costituzione si sono lanciati in una corsa alle urne che ha permesso di superare il quorum di due terzi. Per respingere il testo costituzionale e azzerare il processo politico bastava conquistare i due terzi dei «no» anche in una terza provincia. Su Diyala, la provincia a nord-est di Bagdad con una cospicua presenza di sciiti e curdi, i sunniti non facevano molto affidamento. E in effetti là i «no» si sono fermati a un magro 20 per cento, mentre i «sì» superavano il 70. Ma la provincia di Mosul terra d’origine del ceto militare sunnita ripulita dai curdi al tempo di Saddam, rappresentava una garanzia. I dati di Ninive si sono rivelati, invece, una vera e propria mazzata. Secondo i conteggi non ufficiali relativi a 260 dei 300 seggi di Ninive ben 300mila persone avrebbero votato «sì» alla Costituzione, mentre solo 80mila avrebbero scelto di bocciarla. I voti dei 40 seggi rimanenti non bastano certamente a capovolgere il risultato portandolo al quorum di due terzi richiesto per la bocciatura e dunque la vittoria del «sì» sembrerebbe certa.
Il risultato era stato annunciato con molte ore d’anticipo dal Segretario di Stato americano Condoleezza Rice. «Dall’andamento generale sembrerebbe passata» aveva azzardato al termine di una conferenza stampa a Londra pur ricordando che il suo ottimismo si basava su dati soltanto provvisori comunicatigli direttamente dall’Irak.
L’estemporanea uscita della Rice innescava la rabbia sunnita e dava le accuse di manipolazione del voto. «Mettiamo in guardia chiunque dal legittimare qualsiasi frode elettorale, se le scopriremo risponderanno con la disobbedienza civile» sbottava subito il sunnita Saleh al-Mutlaq, leader del Consiglio per il dialogo nazionale. «Le dichiarazioni di Condoleezza Rice rappresentano un’indebita pressione sulla Commissione elettorale». Altre fonti sunnite accusavano invece i curdi di aver convogliato negli scorsi mesi decine di migliaia di loro compatrioti nella regione di Ninive per impedire la vittoria dei «no».
Nel resto del paese il voto non aveva praticamente storia. In ognuna delle nove province del sud, dov’è concentrata quella maggioranza sciita che conta circa il 60 per cento dei 27 milioni di iracheni, la vittoria dei sì era scontata. Soprattutto dopo l’appello ad approvare il testo costituzionale lanciato nei giorni scorsi dal Gran Ayatollah Alì Sistani, considerato la massima autorità religiosa sciita.
A Karbala, una delle città sante sciite, i sì hanno superato la soglia del 95 per cento. E altre quote «bulgare» si registrano un po’ in tutto il meridione. L’affluenza degli sciiti ferma al 61 per cento appare, in cambio, decisamente in ribasso. Soprattutto se raffrontata ai dati delle legislative di gennaio, quando oltrepassò l’80 per cento, e al 66 e passa per cento fatto registrare dai sunniti nelle loro province cardine. La maglia nera dell’affluenza si è registrata proprio a Qadissiyah, una provincia sciita dell’estremo sud dove i votanti non hanno superato il 30 per cento. Lo scarso entusiasmo sciita viene spiegato da una parte con l’opaca prova offerta dal governo del premier Ibrahim Al Safari e dall’altra con la crescita di consensi registrata nuovamente dal leader eretico Moqtada Sadr.
Monopolio dei sì anche nelle tre provincie del nord controllate da quella minoranza curda che rappresenta circa il venti per cento della popolazione. Vittime della repressione e persecuzione sunnita ai tempi di Saddam i curdi guardano alle clausole federaliste della costituzione per confermare la propria situazione di province largamente autonome.
La giornata di sabato, tranquilla quasi ovunque, è stata funestata dalla morte di cinque soldati americani dilaniati, a Ramadi, da un ordigno che ha squarciato l’armatura del loro blindato. La «mina» sembra una delle più potenti mai usate dagli insorti. Frutto, dicono gli americani accusando Teheran, di nuove tecnologie fornite alla guerriglia.