Irak, Blair suona la ritirata e gli alleati lo seguono

Il premier inglese: «Entro l’anno ridurremo le nostre forze». Danesi, lituani, sud coreani e polacchi: anche noi

Irak addio. Gli inglesi aprono la strada. Danesi, lituani, sud coreani e polacchi li seguono in ordine sparso. Gli americani costretti a far buon viso a cattivo gioco li guardano partire e si consolano dichiarando che si tratta di un altro segnale di una situazione in via di miglioramento. Nonostante l’inveterato quanto obbligato ottimismo di Washington il 2007 rischia di venir ricordato come l’anno della grande fuga. L’annuncio, per bocca di Tony Blair, del ritiro nei prossimi mesi di 1600 dei 7100 britannici e di un ulteriore ridimensionamento del contingente schierato nelle provincie meridionali del paese sta scatenando la frenesia del rimpatrio. I primi a gridare «veniamo anche noi» sono i danesi annunciando l’imminente rimpatriata dei 460 soldati tenuti a dar man forte all’esercito di Sua Maestà tra le sabbie di Bassora. Dietro a loro sono felicissimi di prendere la strada di casa anche i 53 lituani ospiti delle basi di Copenaghen. Ma non è finita qui. Il governo sud coreano, pressato dal Parlamento, sta già mettendo a punto i piani per smobilitare entro dicembre il contingente di 2300 uomini acquartierato intorno al capoluogo curdo di Erbil. E il presidente polacco Lech Kaczynski ha già fatto sapere che i novecento militari di Varsavia non rimarranno in terra irachena oltre la fine dell’anno.
Ad innescare il preoccupante fuggi fuggi che rischia di abbandonare l’intero sud all’influenza iraniana e lasciare alcune province sotto il totale controllo delle milizie sciite è stato l’annuncio di Tony Blair sul ritiro entro il 2008 dalle provincie meridionali irachene. «L’imminente riduzione di forze porterà dagli attuali 7100 militari, già scesi dagli originali 9mila e dagli oltre 40mila della guerra, a circa 5500 truppe» ha spiegato il premier inglese. Blair ha aggiunto che il contingente potrebbe ridursi sotto le 5000 unità se l’Esercito iracheno di dimostrerà in grado di assumere il controllo di altre zone come, ad esempio, quella del Palazzo di Bassora. «Il nostro ruolo sarà sempre più limitato all’appoggio e all’addestramento e questo ci permetterà di ridurre gli effettivi di conseguenza». Per quanto anche il primo ministro iracheno Nouri al Maliki si sia detto d’accordo sul piano di ritiro inglese il premier laburista sa di non poter presentare quell’abbandono come la migliore delle scelte possibili. «Questo ritiro - ammette Blair - non significa certo che a Bassora le cose vadano come vorremmo, significa soltanto che il prossimo capitolo nella storia di quella zona dovrà venire scritto dagli iracheni».
I primi a cercar di ridimensionare la «fuga» degli inglesi sono gli americani. Terrorizzati dall’idea che il dietro front alleato aggiunga altri tasselli al mosaico della disfatta irachena disegnato dall’opposizione democratica l’Amministrazione Bush fa a gara nell’accogliere con sorrisi e apparente soddisfazione il «tradimento» di Blair. «È un altra dimostrazione del fatto che in alcune zone dell’Irak le cose vanno piuttosto bene» dichiara all’Abc il vicepresidente Dick Cheney. E da Berlino il segretario di Stato Condoleezza Rice fa notare che la coalizione «rimane intatta perché di fatto i Britannici continuano ad avere migliaia di soldati impegnati in Irak». Subito dopo il segretario di Stato elogia la mossa britannica definendola un’anticipazione di quei piani che prevedono «il trasferimento della responsabilità della sicurezza agli iracheni ovunque e non appena sia possibile».
Il buco causato dall’abbandono inglese e degli altri contingenti impegnati nel sud rischia però di rendere meno efficace il controllo di quell’insurrezione sciita guidata da agitatori come Moqtada Sadr dietro i quali molti analisti individuano la lunga mano dei settori più radicali dei servizi segreti iraniani. Abbastanza forti da conquistare alcune delle città del sud già durante la presenza a pieno regime del contingente inglese le milizie sciite potrebbero, da qui alla fine dell’anno, acquisire il pieno controllo di molte regioni meridionali.